la condizione delle epigrafi arabiche di Sicilia

 

Depositate alla rinfusa in una sala minore di Palazzo Abatellis a Palermo esattamente come più di 50 anni fa.
C’è in mezzo pure altra roba, fregi e decorazioni compreso una pietra con (credo) iscrizioni puniche.
Per il resto le epigrafi studiate e tradotte da Michele Amari, che segnarono un fondamentale passaggio all’impostazione scientifica sia nel complessivo approccio dell’arabistica italiana e sia nello studio e nella conoscenza della storia della Sicilia araba nonchè dell’influsso fatimide nella successiva Sicilia normanna, buttate “attipo munnizza”.
Viceversa la famosa epigrafe quadrilingue è alla Zisa, nel “museo dell’arte islamica”,…’che evidentemente è ritenuta la sola “presentabile” come qualsiasi oggetto che evoca il “meticciato” evidentemente considerato “trendy” da una cultura farlocca e superficiale…
Ci si domanda come mai le epigrafi di Palazzo Abatellis non abbiano trovato posto, degnamente catalogate, tradotte e corredate da descrizione per il pubblico, nelle vaste sale della Zisa.

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solo la celebre epigrafe quadrilingue (greco, ebraico, latino, arabo: le lingue parlate nel Regnum Siciliae fondato da Ruggero II nel 1130) ha trovato degna collocazione in una sala del Museo dell’Arte Islamica alla Zisa.

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l’epigrafe quadrilingue

di seguito la traduzione dell’epigrafe quadrilingue pubblicata in “Le epigrafi arabiche di Sicilia” di Michele Amari, a cura della Società Siciliana per la Storia Patria – Parte II, iscrizioni sepolcrali – Stabilimento tipografico Virzì 1879.

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Adua. 1° marzo 1896

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Il 1° marzo del 1896 l’esercito coloniale italiano viene sconfitto ad Adua e le mire di conquista sull’Africa orientale saranno bloccate per 40 anni, fino al 1935.
Le potenze coloniali prevalenti, Inghilterra, Francia e Germania, assistettero con preoccupazione all’evento.
C’era il rischio che potesse costituire un pericoloso precedente di affrancamento per i popoli africani dal dominio europeo.
Al contrario per i popoli africani ancora oggi questa data viene celebrata come la prima vera e grande vittoria contro il colonialismo.

L’Italia aveva cominciato la sua penetrazione in Africa Orientale con l’acquisto da parte della società di navigazione Florio-Rubattino della baia di Assab, sul mar Rosso, nel 1869 e con l’occupazione militare del porto di Massaua nel 1885.
L’Italia arrivò ben ultima tra le potenze coloniali, nei fatti quando il colonialismo veniva soppiantato in quanto fase del capitalismo a guida e predominio inglese, dalla sua “fase suprema” costituita dall’imperialismo e dal nuovo assetto globale sempre più “policentrico”.

Il giovane stato unitario italiano, con il favore della potenza imperialista predominante, già entrata nella sua fase di declino, l’Inghilterra, vera artefice delle nostre sorti ancora per parecchi decenni, intendeva sperimentare la via militare di conquista come motore antirecessivo e anticiclico a fronte di una crisi internazionale che colpiva già gravemente l’Europa.
Fu anche la risposta alla grave depressione che colpì il paese, per effetto del crollo del mercato immobiliare, la cui punta dell’iceberg fu lo scandalo che coinvolse il Banco di Roma e prevalentemente (ma non solo) la “sinistra storica” giolittiana.

Adwa. Monumento commemorativo della battaglia

Adwa. Monumento commemorativo della battaglia

Le mire “neocoloniali” del ceto politico, giolittiano prima e crispino poi, dei settori imprenditoriali della nascente industria metalmeccanica legata ai settori trainanti e tecnologicamente più avanzati del capitalismo (trasporti su terra e su mare, armi) trovarono sintonia e canali privilegiati nelle strategie della potenza inglese che intendeva contrastare Francia e Germania nello scacchiere africano orientale.
L’Inghilterra era in quegli anni impegnata a combattere il nascente nazionalismo musulmano dei dervisci del Mahdi in Sudan, pertanto la presenza italiana fu favorita come il protagonismo di una nazione subdominata i cui interessi rientravano nella sfera di stato “vassallo” ed erano quindi sotto diretto controllo.

Ma l’Italia, la cui borghesia difficilmente ha espresso oligarchie dirigenti capaci di visioni strategiche che andassero al di là dell’improvvisazione, non seppe fare i conti fino in fondo con il nascente nazionalismo etiope che in quella frazione di secolo non avrebbe tardato a costruire la nuova entità statale “indipendente” dell’Etiopia.

Al dilettantismo coloniale italiano si sarebbe invece contrapposta la notevole capacità di statista e la lungimiranza strategica di Menelik che si evidenzia atraverso alcuni abili mosse in un’epoca in cui l’accerchiamento colonialista era il dato primario della realtà geopolitica nel Corno d’Africa come in tutto il resto del continente. Il risultato della sua politica fu la riunificazione degli interessi delle storiche aristocrazie prevalenti, scioana, ahmara e tigrina dell’antica Abissinia, in quello che diventerà in nuovo centro politico e economico e militare dell’Impero, ovvero il suo regno dello Scioa, corrispondente ancora oggi al cuore della moderna Etiopia.

Menelik costruì di un grande esercito di massa dotato di moderni fucili acquistati oltre che dalla Francia e dall’Inghilterra, prevalentemente dalla stessa Italia nei due decenni precedenti Adua, in cui gli italiani pensavano di poter sfruttare il suo forte antagonismo all’imperatore Johannes IV. Costituì, inoltre, la base di sussistenza logistica primaria di tale esercito attraverso la conquista dei territori del Sidamo e degli altri popoli Galla del sud della regione, ricchi di allevamenti bovini, nonchè la conquista delle regioni dell’est, attorno alla storica città musulmana di Harar, in diretta relazione con i porti sul golfo di Aden dove era più forte la presenza degli agenti politici, finanziari e militari della Francia e dell’Inghilterra (il porto di Massaua, sul mar Rosso, s’è già detto che era già sotto controllo degli italiani). Non è inoltre da sottovalutare che tale politica di epansione territoriale nella regione abbia anche assunto il compito di alimentare il modo di produzione del “lavoro coatto”, temporaneo o continuativo, ai danni delle nuove popolazioni sottomesse, che era sempre la base strutturale oltrechè di tutte le “opere pubbliche” a carattere nazionale (Menelik in quegli anni edificava la prima grande capitale etiope dell’epoca moderna, Addis Ababa) anche della riproduzione del sistema feudale vigente.

L'imperatore Johannes IV

L’imperatore Johannes IV

Alla morte dell’imperatore Yohannes, nella battaglia di Metemma contro il Mahdi e l’invasione musulmana proveniente dal Sudan, Menelik riesce a farsi incoronare Negus Neghesti (re dei re) con il nome di Menelik II (il primo fu il mitico figlio di re Salomone e della regina di Saba) confinando la concorrenza del Negus Tekle Haymanot, re del Goggiam, e sconfiggendo le pretese del successore designato al trono imperiale, Ras Mangascià, figlio illegittimo di Johannes.

Ho già accennato che l’avventura coloniale italiana nel Corno d’Africa ha inizio con un atto notarile. Il 15 novembre del 1869, Giuseppe Sapeto, studioso arabista e missionario dell’ordine di San Lazzaro, compra il porticciolo di Assab sul Mar Rosso, nella zona costiera antistante il deserto della Dancalia, per conto della società Florio – Rubattino. La compagnia di navigazione non era nuova ad attività “patriottiche”. La nave che aveva condotto i Mille in Sicilia apparteneva alla società e faceva parte del pacchetto di finanziamenti inglesi a favore della spedizione piemontese-garibaldina. Nel 1882 il porticciolo, rivelatosi inservibile per qualsiasi attività commerciale di rilievo, viene ceduto, come era nelle previsioni, al Regno d’Italia.

L'imperatore Menelik II.

L’imperatore Menelik II.

Nel 1885, in un punto del conflitto tra i dervisci di Muhammed Ahmad (al Mahdi) e gli occupanti inglesi del Sudan, le truppe italiane sbarcano nel porto di Massaua ottenendo subito la resa della piccola guarnigione egiziana, già comunque nei fatti esautorata dalla sua funzione, per effetto del protettorato che di fatto l’Inghilterra aveva intanto ottenuto sull’Egitto a causa della bancarotta a vantaggio della finanza inglese. Già da un po di tempo la diplomazia italiana aveva offerto all’alleato inglese il supporto delle sue truppe nel conflitto, ottenendo però apparenti vaghi e svogliati assensi. Nel 1884 il trattato di Hewet (dal nome del funzionario inglese che lo formulò) aveva riconosciuto all’Etiopia la sovranità sulla regione del Mar Rosso. Nei fatti la regione rimaneva in una sorta di interregno essendone la sovranità rivendicata anche dal moribondo impero della Sublime Porta e dal governo egiziano. A questo punto per l’impero britannico la presenza del proprio subordinato italiano nella regione poteva tornare utile al contenimento delle mire geopolitiche di Francia e Germania.

Massaua ai primi del '900

Massaua ai primi del ‘900

Le operazioni di penetrazione italiana furono facilitate dalle incursioni delle truppe mahadiste che intanto, arrivando a Gondar, nel cuore del territorio abissino, nella sua storica capitale, avevano costretto Yohannes e Haymanot alla difensiva minandone anche la reazione all’invasione italiana. Dopo la disfatta italiana di Dogali nel 1887 ad opera di Ras Alula, signore di Asmara e generale dell’imperatore abissino, nel 1889 gli italiani conquistano Asmara e diventano anche un utile supporto per il contenimento dei mahadisti, respinti ad Agorbat, con la conseguente occupazione della città di Cassala in territorio sudanese. La vera svolta che determina il successo militare italiano è in realtà la morte dell’imperatore Yohannes, nello stesso anno a Metemma, sul confine sudanese, nello scontro con i dervisci.

Asmara. Quartier generale di Ras Alula. Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, Roma.

Asmara. Quartier generale di Ras Alula. Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, Roma.

Asmara. Accampamento di Ras Alula. Istituto Italiano per l'Africa e l'Oriente, Roma.

Asmara. Accampamento di Ras Alula. Istituto Italiano per l’Africa e l’Oriente, Roma.

E’ così che il 1° gennaio del 1890 viene creata dal nulla l’Eritrea, prendendo il nome greco-latino del Mar Rosso su idea di Ferdinando Martini ministro delle colonie. Fino a questa data i popoli che occupavano la zona costiera e il prospiciente altopiano di Asmara erano chiamati Bahri ovvero “uomini del mare” per distinguerli dai popoli che occupavano le zone centrali dell’Abissinia.

Asmara nel 1913. Foto Dainesi, Roma.

Asmara nel 1913. Foto Dainesi, Roma.

Con il trattato di Uccialli del 1889 l’Italia di Crispi e l’Etiopia del re dello Scioa Menelik si impegnavano a comporre i conflitti che fino ad allora si erano sviluppati. Si stipulava un patto di amicizia e di libero commercio tra le due nazioni nei territori dell’Etiopia e dell’Eritrea della quale si stabilivano i confini con l’acquisizione italiana di Asmara. Inoltre veniva assicurato il libero passaggio in Eritrea e il libero uso del porto di Massaua per le carovane di armi e munizioni del governo etiope.

Tra il 29 settembre e il 4 dicembre 1889, Ras Makonnen, primo cugino del nuovo imperatore Menelik , si recò in Italia alla guida di una delegazione diplomatica, incaricata di firmare un protocollo addizionale al trattato di Uccialli, firmato il 2 maggio precedente; Makonnen fu il primo membro della famiglia reale etiopica a recarsi in Europa. L’Italia utilizzò tale viaggio per impressionare la delegazione abissina circa la propria potenza militare. Il molto concreto e pratico Makonnen ne approfittò per sottoscrivere un accordo di fornitura di un rilevante quantitativo dei moderni fucili a ripetizione che sarebbero stati presto collaudati sull’Amba Alagi, nel 1895, usati a Macallè nel 1896 e infine utilizzati con esito determinante ad Adua.

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L’art. 17 del trattato di Uccialli diverrà ben presto la causa del conflitto risolutivo per via della discordanza tra il testo italiano e il testo in amarico. La versione italiana del trattato così recitava all’art. 17: “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia consente di servirsi del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia per tutte le trattazioni di affari che avesse con altre potenze o governi”. Così la versione in amarico: “Sua maestà il Re dei Re d’Etiopia può trattare tutti gli affari che desidera con altre potenze o governi con l’aiuto del Governo di Sua Maestà il Re d’Italia.

Era evidente che la versione italiana trasformava a sorpresa l’Etiopia in un protettorato italiano (non si capisce per quale diritto acquisito !). E’ facile ipotizzare che la versione italiana dell’art.17 sia stata il frutto delle impazienze coloniali di Crispi e di una particolare propensione a risolvere grandi problemi con piccole astuzie. Inoltre esistono mezze ammissioni circa il raggiro perpetrato da parte del delegato italiano conte Pietro Antonelli. Eppure il ricordo della cocente disfatta di Dogali di appena due anni antecedente al trattato doveva essere assai vivo. Se Crispi in questo modo preparava una nuovo conflitto al fine di impadronirsi dell’Etiopia mancò di capacità di comprensione circa la natura indomabile dei popoli dell’altopiano unita all’attegiamento di altezzosa supponenza circa gli avvertimenti che pure le autorità militari (e pare lo stesso Baratieri) avevano rivolto per un’adeguato rifornimento di mezzi tecnico militari.

Il generale Baratieri ed il suo stato maggiore poco prima della battaglia di Adua.

Il generale Baratieri ed il suo stato maggiore poco prima della battaglia di Adua.

Così il 1° marzo del 1896 le truppe del generale Baratieri, con un equipaggiamento logistico militare carente, in preda al più assoluto dilettantismo tattico favorito da carte geografiche e mappe carenti ed errate, vanno incontro ad una disfatta dal carattere “epocale” sulle colline nei pressi di Adua. Crispi sarà costretto alle dimissioni a favore del palermitano Di Rudinì (poco interessato alle avventure coloniali) e l’Italia si scorderà dell’Etiopia per 39 anni, fino all’avventura fascista del ’35. In seguito concentrerà tutte le sue energie e risorse militari nel mediterraneo per la conquista della Libia a partire dal 1911, al seguito dei conflitti stimolati e organizzati dai britannici per la distruzione del vecchio impero ottomano.

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Massaua. Feriti della battaglia di Adua. Agli ascari catturati in forza alle truppe coloniali italiane i generali etiopi inflissero la pena a carico di tutti i traditori della Patria. La mutilazione del piede sinistro e della mano destra.

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E’ singolare come oggi la memoria non abbia più alcun valore presso l’oligarchia dominante in Patria, subdominata dall’Europa e da Washington, che sta precipitando nel baratro se stessa e l’intero paese. Ancora nell’ultimo decennio del novecento si poteva assistere a celebrazioni dal substrato ideologico patriottardo e sciovinista, del tutto simili a quelle del “ventennio”. Rare erano le iniziative di ricostruzione storica che prendessero in seria considerazione le responsabilità politiche della borghesia italiana, in una politica coloniale feroce condotta senza fondate strategie e per giunta fuori tempo massimo, la cui continuità di potere, pur attraverso rotture dei precedenti assetti ed evidenti mutazioni antropologiche lungo l’arco del secolo trascorso, non è mai venuta meno.

All’epoca della celebrazione e del ricordo stucchevole e autoassolutorio è seguita quella dell’oblio. Sul nostro passato coloniale si preferisce tacere e dimenticare.
Eppure i parallelismi con quest’epoca, in cui il capitalismo (affatto diverso per strutture e forme da quello di fine ‘800) stà velocemente precipitando di nuovo in una crisi del proprio assetto strategico globale e sotto la forma di una nuova multipolarità, sono del tutto evidenti.


Nessuna riflessione circa la condizione dell’Italia come paese subdominato ed eterodiretto che deve in ultima istanza i suoi disastri, interni e in politica estera, a centri di potere che stanno fuori dai suoi confini nazionali e ad un classe “dirigente” nazionale sempre più “compradora”. Ieri la potenza che dominava a casa nostra era l’Inghilterra. Dal dopoguerra sono gli USA e, l’Italia, avendo anche perduto quella parziale autonomia che derivava dall’essere l’avamposto nel Mediterraneo e in Europa contro il dissolto blocco geopolitico a direzione sovietica, può scordarsi welfare e benessere relativo.

Insieme agli USA stiamo precipitando verso il declino occidentale, ma secondo una scala gerarchica di “sviluppo” e “privilegio” che ci vede occupare gli ultimi gradini, accompagnato con le peggiori efferatezze compiute impersonando anche la parte dei killer (ma di seconda scelta), meri esecutori anche contro i nostri interessi (Libia, Siria).


Nessuna considerazione e nessun ricordo dell’inutile sacrificio di decine di migliaia di dominati mandati al macello nelle nostre avventure coloniali e della strage di popolazioni africane. Chissà che a qualcuno possa venire in mente di chiedersi cosa fanno le nostre truppe (professionali, non più composte da coscritti) in Afganistan, cosa hanno fatto i nostri piloti bombardando la Libia, e cosa significhi il nostro supporto logistico all’aggressione alla Siria. Ma soprattutto, ammesso che si possa trovare una forma di giustificazione nell’aggressione militare, se questa corrisponda ai nostri interessi “nazionali” o, al contrario, se ne costituisca invece una evidente negazione unicamente a vantaggio dei nostri “padroni” d’oltre Atlantico.

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Addis Ababa, ghebbi imperiale. I cannoni italiani catturati ad Adua

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Un gendarme dell’Occidente nel Corno d’Africa

Quando per tutto l’arco dell’800 si manifestò il fenomeno dell’esplorazioni del continente africano, chi si trovò a percorrere i misteriosi sentieri degli altopiani del Corno d’Africa probabilmente non sospettava che da li a poco, ed in pochi anni, si sarebbe prodotto un mutamento che nella storia africana vale quella di parecchi millenni.

L’impatto tra il capitalismo borghese-liberale di tipo euro-anglosassone, di cui questi esploratori erano, consapevolemente o no, agenti, e la dimensione di sussistenza legata all’allevamento, al carattere nomade, o agricolo dei popoli dell’altopiano etiope, in una parola al modo di produzione “domestico”, avrebbe innescato il seme di una vasta accumulazione primaria pre-capitalista che significherà la dipendenza economica e l’inizio dell’epoca della fame e delle carestie.

Giuseppe Dalla Vedova e Achille Dardano, Etiopia 1896. Società Geografica Italiana, Roma

La civiltà stanziale fino ad allora, nella storia dell’Etiopia, conosceva ben pochi esempi e tutti nati in conseguenza di un sistema di produzione che assicurando un sovrappiù, al di fuori dallo smaltimento per i bisogni immediati, costituirà le basi per la produzione mercantile e conseguentemente per la nascita delle città.

Harar, nel sud est dell’Etiopia, ne era l’esempio più antico, ma per ragioni di carattere geografico, etnico e religioso, entrerà a far parte molto tardi della storia della nazione etiope; per il resto solo importanti santuari, come Lalibela, Axum, i monasteri delle isole del lago Tana, oppure Gondar intorno al 500, la più grande e antica capitale dell’Abissinia storica.

I popoli dell’altopiano fino ad allora non avevano costruito città ma insediamenti temporanei e provvisori legati all’andamento della ricchezza dei suoli. Il tipo di insediamento diffuso era quello dei villaggi tribali costituiti da tukul, cioè dalle tipiche costruzioni cilindriche in cikka (terra cruda) con i tetti in paglia.

Tali villaggi vivevano in rapporto di autosufficienza alimentare con le foreste e i territori adiacenti e si può senzaltro affermare che il tipo di insediamento e il sistema produzione e riproduzione non doveva essere dissimile da quello ancora assai diffuso in vaste aree del sud del paese; vere e proprie “enclave” autoprotette, che permangono accanto all’avanzare della modernità nei (pochi) centri adiacenti.

Fino alla fondazione di Addis Ababa la nazione abissina, cioè sostanzialmente la regione storica del centro nord, popolata prevalentemente dai tigrini, amhara e scioani (rispettivamente Tigray, Goggiam-Beghemender, Scioa) e in seguito del centro sud, popolata dai “galla”, gli ex schiavi dei territori dell’Oromia cooptati con ruolo subalterno tra le etnie dominanti, aveva conosciuto solo i “ketemas”, cioè piccole città che si erano sviluppate a ridosso di guarnigioni militari.

In tali condizioni protette, e nei casi di possibilità di commercializzazione del surplus della produzione delle campagne, si erano sviluppati piccoli mercati come condizione necessaria per lo sviluppo dell’agglomerato urbano.

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Vari erano stati i motivi che avevano impedito la costruzione di vere città fino a quel punto:

il carattere nomade del gruppo predominante (la corte dell’imperatore) che razziava di volta in volta un territorio delle sue risorse alimentari ed energetiche (legna da ardere) fino al suo impoverimento al punto da renderne necessario l’abbandono;

la guerra costante tra capi tribù rivali che accentuava la condizione nomade e l’avvicendamento continuo tra i gruppi dominanti rendendo instabile qualsiasi agglomerato urbano;

il lungo scontro, dal 1300 al 1700 circa, tra i popoli e le civiltà arabo-islamiche, provenienti prevalentemente da est (Harar) e la penisola arabica, e i popoli di origine cristiano-copta (Habesha) del centro nord;

la grande migrazione nel sedicesimo secolo degli Oromo (Galla) da sud-est verso la regione centrale dell’altopiano etiope;

l’alternanza dell’etnia predominante, dove veniva prescelto il Re dei Re (Negus Neghesti), tra Scioani, Tigrini e popolazioni del Goggiam, al seguito di lunghi scontri di successione;

infine l’aggressione straniera, turchi, dervisci, egiziani, italiani.

Si potrebbe dire che la nascita di Addis Ababa segni l’ingresso dell’Etiopia nella “modernità” e quindi nel sistema economico globale regolato dal conflitto geopolitico tra la predominante potenza britannica e gli antagonisti Francia, Germania e Russia.

La dimensione di stallo e fronteggiamento tra le potenze nel Corno d’Africa verrà a creare una dimensione di “interregno” che finirà per favorire il nazionalismo delle aristocrazie feudali etiopi, guidate dall’abile e astuta politica di alternanza nelle alleanze da parte di Menelik II, e la contemporanea affermazione di un protagonismo abissino imperialista a carattere regionale.

A quella data, ai primi del ‘900, anche i settori del capitalismo tecnologicamente più avanzato, ovvero quello dei “cartelli” monopolistici dei trasporti su strada ferrata, faranno la loro comparsa nel continente etiopico. La prima e unica ferrovia mai costruita nel paese fu quella che collegava Addis Ababa con il porto francese di Gibuti, e venne realizzata con una concessione francese.

La nuova capitale etiope nascerà per effetto della grande vittoria politica ottenuta dall’imperatore Menelik II, sconfiggendo militarmente gli italiani ad Adua nel 1896, che consacrò la vera nascita dello stato etiopico come entità politico militare capace di affermare una potenza a scala regionale.

Addis Ababa nasce attorno al suo grande mercato all’aperto, il più vasto e ricco di tutto il continente africano, al centro dei canali di traffico strategici rispetto al Golfo Persico e l’Oceano Indiano,

al Mediterraneo attraverso il canale di Suez, aperto nel 1869, e il Mar Rosso.

Sarà il più importante centro di smistamento, aperto al mondo, dei prodotti e delle ricchezze di immensi territori africani dell’entroterra “misterioso e selvaggio”.

Inghilterra, Francia, Germania, Russia e Italia, con la costruzione degli edifici delle proprie legazioni, sanciranno lo status eccezionale, per una città africana, di capitale mondiale che avrebbe anche vantato, alla fine del primo conflitto mondiale, anche il proprio seggio presso la “Società delle Nazioni”.

Troppo lungo in questa sede analizzare i motivi di ordine storico e politico per i quali toccherà in sorte proprio agli italiani “colonizzare” il Corno d’Africa. Basti soltanto, per il momento sapere che il Corno d’Africa comincia ad essere visto, da una parte del ceto aristocratico-borghese e risorgimentale italiano, come il luogo del compimento di un “destino” di unificazione di terre e “genti diverse ma unite da una comune radice di storia e cultura che parte proprio dal Mediterraneo”.

Il missionario ed esploratore Giuseppe Sapeto con l’acquisto, nel 1869, del porticciolo di Assab nella futura colonia Eritrea, per conto della Società di navigazione Florio-Rubattino (in realtà sin da subito copertura degli interessi del regno d’Italia) sarà uno dei primi costruttori di tale “destino”.

Motivi di opportunità politica legati ai “favori” dei nostri dominanti di riferimento, gli inglesi, porteranno per successivi tentativi l’Italia ad occupare lo scacchiere d’interesse del Corno d’Africa in funzione antifrancese.

Quando l’insieme informale di suggestioni culturali, alla base del colonialismo liberale, diverrà un’ideologia ben strutturata e parte fondamentale del progetto di prosecuzione del Risorgimento fuori dai confini della Nazione, Curzio Malaparte, giornalista al quale il Corriere della Sera affida il compito di produrre un reportage sulla colonia più importante dell’impero dell’A.O.I. affermerà che …”Chi percorresse l’altopiano abissino, le alte terre degli Amara, senza accorgersi di porre il piede sullo stesso substrato storico, sociale e morale sulla quale è fondata la civiltà cristiana d’Europa, (o meglio, attraverso Bisanzio, Gerusalemme e l’Arabia, la civiltà dell’Europa mediterranea), non potrebbe capire che dal punto di vista storico e morale, l’Etiopia è già matura per servir da fondamento alla creazione di una grande Civiltà Bianca, né potrebbe, perciò, rendersi conto dell’enorme importanza che il suo possesso rappresenta non soltanto per l’Italia ma per il destino della civiltà bianca in Africa e nel prossimo Oriente. Poichè non si tratta di far dell’Impero una copia “coloniale” dell’Italia: bensì un paese assolutamente nuovo, che avrà senza dubbio in tutta l’Africa e nel bacino del Mar Rosso, se non forse più oltre, la stessa funzione dell’America del Nord nell’Atlantico e nel Pacifico, e del Giappone nell’Asia estrema. (Curzio Malaparte, “Città d’Impero bianco”, Corriere della Sera 13 maggio 1939)

A queste affermazione, che corrispondono al substrato ideologico funzionale al progetto di “colonizzazione demografica” del fascismo (per la verità soltanto avviato in Etiopia, al contrario della Libia dove raggiunse traguardi ben più avanzati), fanno eco gli studi archeologici, storici e architettonici (1939) di Alessandro Augusto Monti Della Corte e Lino Bianchi Barriviera sulle chiese di Lalibela scavate nella roccia (e l’insediamento dei castelli “portoghesi” di Gondar, la storica capitale cinquecentesca degli abissini) tendenti a dimostrare con motivi di ordine storico, archeologico e architettonico le ragioni di una predestinazione italiana al possesso dell’Impero d’Oltremare.

Si sceglie di restaurare il centro di diffusione, del 400 d.C., della cristianità in terra abissina.

Si celebra la “radice cristiana”, mediterranea, trasportata in terra abissina dal suo nucleo originario di cristianesimo greco bizantino, diventato copto in Egitto, nutrito, al passaggio verso la sorgente del Nilo Azzurro, dal culto di Iside.

Ma non meno importante sarà, per gli ideologi del colonialiamo italiano, la “scoperta” della permanenza dell’influsso culturale delle genti della penisola arabica. Questo retaggio era del tutto evidente per chi avesse percorso al seguito delle truppe di occupazione la direttrice di penetrazione da Assab e Massaua, nel Mar Rosso, lungo Axum – Adua.

Ciò non deve stupire più di tanto. E’ una costante della politica del ventennio la ricerca dell’amico alleato nei territori stranieri dell’Africa Orientale e nelle regioni limitrofe,quando le contraddizioni con l’Inghilterra segneranno i punti di massimo attrito. E le popolazioni di origine arabo-islamica costituiscono la maggioranza della popolazione delle colonie inglesi.

Contemporaneamente è utile precisare, a scanso delle troppe falsificazioni storiche fatte in tal proposito, che non viene quasi mai disdegnato, per lo meno fino alla promulgazione delle leggi sulla razza, il contemporaneo dialogo con il Sionismo nascente che più di una volta si farà latore della richiesta allo stesso Duce di essere garante del nuovo stato ebraico nella vicina regione del Medio Oriente.

Cultura e propaganda “liberalfascista” verranno a narrare la (ri)scoperta di una civiltà molto antica a fronte di una dimensione odierna ancora selvaggia, ma nella quale possono essere messi a dimora i semi di una nuova grande civiltà.

Così gli ideologismi del “classicismo neoromano e mediterraneo”, presi a pretesto dagli intellettuali del razionalismo architettonico per sperimentarsi nella forma della città libica, “sintesi” d’incontro con la civiltà arabo islamica “anch’essa derivazione del grande impero di Roma”, in Etiopia prenderanno a pretesto la “radice greco cristiana e quindi pur sempre romana”.

Naturalmente nel territorio etiope, nel quale gli agglomerati urbani non hanno una grande rilevanza d’insediamento, saranno lasciati molti più margini di libertà espressiva senza la mediazione delle forme di “mimesi” con l’architettura esistente: il “costruttivismo” keynesiano fascista degli anni ’30 sarà molto più “romano” in Africa orientale che non in Libia.

Il concetto di “impero bianco” venne anticipato con minori ipocrisie ed edulcorazioni intellettuali da altri poco avvezzi alle “romanticherie dei colonizzatori da salotto”.

Scriveva Ferdinando Martini , governatore dell’Eritrea ed ex ministro delle colonie, nel 1895: “…Chi dice s’ha da incivilire l’Etiopia dice una bugia o una sciocchezza. Bisogna sostituire razza a razza: o questo o niente…All’opera nostra l’indigeno è un impiccio. Bisogna rincorrerlo, aiutarlo a sparire, come altrove le Pelli Rosse, con tutti i mezzi che la civiltà, odiata da tutti per istinto, fornisce: il cannone intermittente e l’acquavite diuturna. I colonizzatori sentimentali si facciano coraggio: fata trahunt, noi abbiamo cominciato, le generazioni a venire seguiranno a spopolare l’Africa dai suoi abitatori fino al penultimo. L’ultimo no: lo addestreremo in collegio a lodarci in musica, dell’avere, distruggendo i negri, trovato finalmente il modo per abolire la tratta” (Ferdinando Martini, Nell’Africa italiana; impressioni e ricordi, Treves, Milano 1895).

“Abolire la tratta” ! Ferdinando Martini fa qui riferimento ad un leitmotiv che successivamente verrà agitato dalla propaganda di regime e tornerà utile in sede di “Società delle Nazioni” quando l’Italia, nel ’35 , unilateralmente, decide di occupare l’Etiopia.

Abolire la tratta degli schiavi…dal momento che il sistema feudale etiopico faceva largo uso del “lavoro coatto”. Per altro proprio in sede europea era stato da non molto tempo stigmatizzato il “sistema schiavistico” in terra d’Africa.

Un po come oggi si va ad esportare “democrazia e civilta” presso i paesi politicamente ed economicamente non assoggettati alla potenza predominante !

Solo gli effetti del secondo conflitto mondiale, uniti ai “costi umani” della guerra d’Africa, comincieranno a fare breccia nella retorica.

Poche battute del soldato Ennio Flaiano in Africa Orientale”…Ma sì, l’Africa è lo sgabuzzino delle porcherie, ci si va a sgranchirsi la coscienza” (Ennio Flaiano, Tempo di uccidere)

La fine della retorica coloniale comincia a lasciare spazio, a fatica, alla ricerca sugli “effetti collaterali” dell’occupazione italiana.

L’altra faccia della medaglia “dell’Impero Bianco” nell’Africa Orientale, quella inconfessabile e prevista perfettamente da Martini, le circa 200.000 vittime tra soldati e civili etiopi dei quali un rilevante quantitativo “gasati” con iprite e fosgene da parte delle colonne d’occupazione di Badoglio e Graziani.

 

Addis Ababa

 

Tiglachin monument. Fu costruito in memoria dei combattenti dell’esercito etiope che, con l’aiuto dei cubani, difesero la patria dall’aggressione delle truppe somale alla fine degli anni ’70.

 

Il Leone di Giuda, simbolo della dinastia imperiale etiope

Merkato – Addis Ketema. E’ l’enorme quartiere mercato, popolato da centinaia di migliaia di abitanti, costruito dagli occupanti in sostituzione del vecchio mercato di Arada trasformato nel quartiere italiano di Piazza

Addis Ababa. Meskel square.

Parlare dell’Etiopia odierna significa parlare essenzialmente di ciò che avviene nella sua capitale vero cuore politico e motore economico dell’intero paese.

Addis Ababa, all’inizio del III millennio, è dominata dall’oligarchia tigrina del presidente Meles Zenawi.

Meles è l’ex leader del Fronte di Liberazione del Tigray che, in alleanza con il Fronte Popolare di Liberazione Eritreo di Isaias Afewerki , alla fine di una lunga e sanguinosa guerra civile tra gli anni ’80 e l’inizio del ’90, sconfisse il regime filosovietico del Derg e costrinse alla fuga il suo presidente Menghistu Haile Mariam. Uno dei primi capovolgimenti dei rapporti di forza in Africa al seguito del crollo dell’URSS e dell’instaurazione del nuovo sistema geopolitico globale.

Vent’anni fa, gli attuali leader dell’Etiopia e dell’Eritrea, con quel conflitto condotto da alleati, avevano trovato un’intesa per una separazione consensuale tra le due ex colonie italiane.

Di fatto oggi all’Etiopia è stato affidato il compito di “gendarme” contro “gli stati canaglia”, della vecchia dottrina Bush, ben piantato proprio al centro di un settore strategico.

Nell’aereoporto meridionale di Arba Minch sono istallati i potenti droni “Reaper” forniti dall’amministrazione americana.

Il Negus Neghesti è diventato il gendarme dell’Africa Orientale ma non senza contraddizioni che cominciano a manifestarsi da qualche anno nel rafforzamento del rapporto di interscambio con i colossi cinese e indiano.

Ad Ovest dell’Etiopia c’è il Sudan di Bashir, ricco di petrolio e nell’orbita degli interessi strategici della Cina. Non a caso recentemente gli USA hanno fomentato la separazione del Sud Sudan al fine di infliggere un colpo letale alla strategia cinese sancita a Bandung nel lontano 1955.

Da quella data il colosso asiatico ha inteso stravolgere la tradizionale strategia di approccio alle risorse africane tipica delle potenze occidentali.

La Cina si mostra del tutto disinteressata alla natura politica dei governi con i quali stipula contratti di partnership al fine di acquisire le risorse primarie (petrolio ecc.), mentre l’approccio americano continua ad essere mediato essenzialmente dal fattore politico dell’adesione al modello di democrazia occidentale ed al livello dei diritti umani, cui gli USA si ergono a misuratori unici mondiali e giudici sanzionatori anche attraverso “guerre umanitarie”.

La Cina, viceversa, scambia tecnologie contro materie prime e non interviene all’interno della sfera politica. A distanza di 50 anni da Bandung tale approccio, molto apprezzato generalmente in territorio africano, è diventata la vera forza di penetrazione economica cinese.

A nord dell’Etiopia c’è il piccolo stato eritreo di Isaias con il quale l’Etiopia è in guerra dal 1998, poi conclusa nel 2000, con un trattato di pace sottoscritto ad Algeri ma mai ratificato.

Si potrebbe dire che l’Eritrea costituisce un problema non risolto sin dalla nascita della moderna nazione.

Pragmaticamente Hailè Selassiè, nel ’41, con il favore del protettorato inglese sull’ex colonia italiana, annettè l’Eritrea. Oggi l’Eritrea è considerata dall’Etiopia uno dei principali finaziatori della guerriglia somala e oromo. L’Eritrea, come il Sudan e la Somalia è a maggioranza musulmana.

Infine a sud esiste il problema della Somalia.

Un conflitto che trascinandosi dagli anni ’70, in quel periodo vedeva contrapposti i due stati “socialisti” di Siad Barre e Menghistu.

Al seguito del fallimento della mediazione tentata da Fidel Castro in persona, l’Urss scelse di privilegiare l’alleato etiope (Menghistu) e la Somalia si affidò all’orbita USA e italiana.

Negli anni 90 il fallimentare intervento dell’esercito Usa in Somalia creò la recrudescenza del fenomeno delle “corti islamiche” e il rinfocolare del separatismo delle regioni abitate da popolazione somala in territorio etiope.

Oggi c’è chi giurerebbe che al centro della strategia della pirateria somala nel Golfo Persico c’è una politica di logoramento dei traffici commerciali cinesi nell’area. Non a caso la Cina ha rafforzato la presenza della propria flotta militare nell’area.

Nel maggio 2010 si sono svolte le ultime elezioni politiche per il rinnovo del parlamento bicamerale di Addis Ababa ancora vinte da Meles e dal suo partito il Fronte democratico rivoluzionario d’Etiopia (Frdpe) che si è assicurato la schiacciante maggioranza dei seggi (meno due) . Anche stavolta il fronte d’opposizione al partito del presidente, il Medrek, ha parlato di brogli e irregolarità con il conforto attivo degli osservatori europei.

Il Medrek è una coalizione formata da quattro partiti e alcune singole personalità fondato nel 2008:

lo United Ethiopian Democratic Forces, l’ Oromo Federalist Democratic Movement, il Somali Democratic Alliance Forces, l’Union of Tigrians for Democracy and Sovereignty, Negasso Gidada, ex Presidente dell’Etiopia e Siye Abraha, ex Ministro della Difesa.

Gia da una pura analisi nominale di tali forze in campo ci si accorge che esiste un nodo del contendere legato a alle spinte centrifughe originate da storiche e mai sopite rivalse etnico religiose e da ben altri interessi di ordine economico-politico. E’ il caso della vasta regione Oromo a maggioranza musulmana oltrechè la più popolosa dell’Etiopia.

Il 5 aprile 2010, in un intervento in parlamento, Meles ha espresso la volontà di aiutare il popolo eritreo a sbarazzarsi del regime dittatoriale di Isaias Afwerki, al potere ad Asmara dal 1993. Meles ha accusato l’Eritrea di voler destabilizzare l’Etiopia, sostenendo i gruppi ribelli del Fronte di Liberazione Oromo (Olf) e del Fronte nazionale di liberazione dell’Ogaden (Onlf), come pure i movimenti fondamentalisti in Somalia. Se finora la difesa è stata “passiva”, spingendo sull’acceleratore dello sviluppo del paese, oggi Meles giudica che sia giunto il momento di rovesciare il regime vicino. Ha precisato: «Non abbiamo intenzione di invadere il paese, ma dobbiamo estendervi la nostra influenza». In caso di attacco eritreo, ha promesso «una risposta proporzionale».

Il Medrek per parte sua getta benzina sul fuoco rivendicando lo scarso protagonismo di Meles verso il secolare problema dell’accesso al mare, individuato nello storico porto di Assab in territorio eritreo.

L’opposizione non è estranea dal tentare la carta del nazionalismo in combutta con forme di “integralismo religioso” secondo un copione già collaudato nelle cosiddette primavere arabe.

Il Medrek appare inoltre più allineato ai modelli occidentali di “sviluppo economico” come quello relativo alla richiesta di privatizzazione delle terre, di proprietà pubblica dall’epoca della statalizzazione operata da Menghistu, che incentiverebbe lo “sviluppo del libero mercato”.

Anche le forme della protesta sociale appaiono collaudate.

La rivolta in Oromia viene periodicamente stimolata da una martellante campagna sui social network, per quanto fino ad adesso con scarsa rispondenza di massa, e accompagnata da una campagna di denuncia sulla repressione del dissenso rilanciata dalla multinazionale dei diritti umani, Human Rights Watch, del magnate americano George Soros ideologo delle “rivoluzioni colorate” del decennio scorso.

Non si può, inoltre, non notare che l’azione delle opposizioni (ed la sua eco in occidente) si è andata intensificando mano a mano che l’Etiopia ha contratto importanti patti economici con la Cina, come ad esempio quello sulla modernizzazione della rete elettrica del paese e la prevista costruzione del più grande distretto industriale, a capitale cinese, del Corno d’Africa, alla periferia di Addis Ababa.

Insomma, a soffiare sul fuoco ci si guadagna sempre. Il “caos” risulta alla fine produttivo, e il suo esercizio in un paese già sotto l’egemonia statunitense alla lunga indebolisce o annulla qualsiasi residuo di sovranità economica e nazionale, secondo gli insegnamenti di Zbigniew Brzezinski, consigliere alla sicurezza del Presidente Jimmy Carter, rendendo il paese che ne è soggetto più docile quale pedina dello scacchiere.

La popolazione del paese, ed in particolar modo quella della capitale, purtuttavia, non appare particolarmente attratta da questi richiami dell’opposizione. Ha ben altri problemi di ordine economico cui far fronte.

Il piano di investimenti nelle costruzioni, che sta cambiando il volto della capitale, e la modernizzazione dell’agricoltura attraverso l’affitto delle terre agli investitori stranieri non portano i loro frutti se non a una porzione marginale della popolazione, mentre si accrescono disparità, diseguaglianze e una classe di nuovi poveri si aggiunge alla storica indigenza delle masse metropolitane. Tutto ciò nonostante a volte, negli ultimi anni, il PIL abbia viaggiato a due cifre.

A metà aprile 2010, è stato reso noto il tasso ufficiale d’inflazione: 25% annuo. Un tasso alto, dovuto anche ai forti aumenti dei prezzi degli alimenti. L’Etiopia continua a rimanere agli ultimi posti nella classifica dei paesi in termini di Indice di sviluppo umano (Isu).

Oggi Addis Ababa mostra i segni della frenetica e in taluni casi faraonica attività edilizia, che continua a non risparmiare importantissime emergenze architettoniche dell’età di Menelik, cominciata a ridosso dei festeggiamenti del “millennio” (anno 2007 secondo il calendario etiope). L’attuazione del nuovo piano regolatore rischia di avere un effetto devastante per il tessuto urbano della città.

E’ in corso una vera e propria colata di cemento che avrà l’effetto di sradicare i ceti poveri dal centro urbano a vantaggio di programmi di “edilizia convenzionata” alias drammatici condomini (parecchi già in costruzione) per il nuovo ceto medio.

Addis Ababa sembra percorrere un modello di capitalismo urbano, intreccio tra speculazione-rendita e sviluppo dei consumi, che nella vecchia Europa è in via di eliminazione da parte degli strateghi del “neoliberismo” e dei demolitori del welfare nell’attuale nuova era di ristrutturazione capitalistica globale.

La fase di espansione del capitalismo nel paese africano si deve grazie all’effetto ancora attenuato, nel paese, della crisi economica che attanaglia l’occidente.

Ma a questo punto il volto di Addis Abeba, variante africana “sui generis” e per certi versi spontaneo del prototipo di città giardino, rischia di essere definitivamente e irrimediabilmente trasfigurato.

Il tema delle risorse idriche e dell’energia rimane uno dei punti prioritari nell’agenda politica.

Il problema della ripartizione delle acque del Nilo Azzurro, tra i suoi 10 stati rivieraschi, ma in particolare con Egitto e Sudan che, in base ad un trattato del 1926, si assicurarono l’86 % delle acque continua ad essere una fonte di attriti.

Sullo sfondo c’è il grande affare della Diga del Millennio sul Nilo Azzurro, progetto affidato alla ditta italiana Salini che, per altro ha in fase avanzata di realizzazione l’altro grande colosso idraulico nel sud del paese, nella valle del fiume Omo: la diga Gibe III che tante polemiche ha suscitato, ma esclusivamente in Europa, per il presunto sconvolgimento dell’habitat delle popolazioni che vivono sull’Omo.

Secondo un copione ben collaudato, per la propaganda nel vecchio continente circa i paesi in via di sviluppo, Ong e ambientalisti sono stati i primi a mettere in guardia dai presunti disastri ambientali che saranno provocati dalle opere previste !

Il progetto prevede uno sbarramento sul corso del Nilo Azzurro, nella regione del Benishangul-Gumaz, a 700 km a nord-ovest di Addis Abeba, ai confini con il Sudan, e due centrali idroelettriche in grado di produrre 15.000 Gwh all’anno, l’equivalente di sei centrali nucleari. Il valore della commessa è di 3.350 milioni di euro.

L’invaso raccoglierà 62 miliardi di metri cubi d’acqua, il doppio del lago Tana, il più grande del paese e sorgente del Nilo Azzurro.

Sullo sfondo dei problemi attuali sopra menzionati si staglia minacciosa l’ombra di una carestia , a carattere ciclico nella storia dell’Etiopia, come quella che afflisse il paese negli anni ’70 e che contribuì alla spallata finale al regime feudale di Hailè Sellassie.

Quella stagione portò alla vittoria della rivoluzione socialista, tramite lo smantellamento dell’ordine feudale ancora vigente, alla costruzione di uno stato sociale, di una vera struttura statale, dell’istruzione pubblica di massa e alla modernizzazione complessiva delle infrastrutture di base del paese.

Ancora oggi la gran parte della rete dell’istruzione, da quella primaria a quella universitaria diffusa anche nelle zone remote del paese, si deve a quella fase storica.

Anima della rivoluzione socialista fu la gerarchia militare filosovietica del Derg il cui sistema di potere restò in carica dal 1974 al 1991, ma in una dimensione di guerra civile permanente contro gruppi politici di guerriglia evidentemente eterodiretti da potenze straniere che mal vedevano il rafforzamento in Africa del campo socialista.

Il nome Derg deriva dalla lingua Ge’ez (il Ge’ez è per l’amarico ciò che il latino costituisce per la lingua italiana) e significa consiglio, ed è l’abbreviazione di Consiglio di Coordinazione delle Forze Armate, della Polizia e delle Forze Territoriali. Nel febbraio del 1974 un gruppo di ufficiali dell’esercito etiope occupò Addis Ababa e portò a termine la presa del potere che culminò nell’arresto dell’imperatore Haile Selassiè e la fine del regime imperiale in tutta l’Etiopia.

Nei mesi successivi l’influenza dei rivoluzionari si estese a tutti i militari che così aderirono alla rivoluzione, ed il 2 luglio 1974 si riuniva ufficialmente il primo congresso del Derg, con ben 109 rappresentati delle varie divisioni dell’esercito. Il generale Aman Micael Andom venne eletto Presidente dalla giunta militare, ma a causa delle sue posizioni morbide sulle questione eritrea, venne ucciso appena due mesi dopo in circostanze ancora non chiarite. A lui seguì per breve periodo, in qualità di vice-presidente, Menghistu Haile Mariam (insieme ad Atnafu Abate) che in seguito fu confermato presidente alla fine di un lungo e complicatissimo braccio di ferro con i settori militari che avevano eletto Tafari Bante.

Le ragioni del Derg ottenennero subito un grande seguito popolare con il programma di distribuzione della terra ai contadini e costruzione di un’istituto democratico nel paese. Ma immancabilmente il dispotismo divenne protagonista anche a causa dei tre fronti di scontro che il Derg si ritrovò a contrastare. L’invasione somala a sud, la guerriglia eritrea e tigrina a nord, nonchè crescenti contrasti intestini nel Derg stesso e all’interno del paese, sia con settori di guerriglia legati al vecchi regime e sia con altri gruppi di guerriglieri “marxisti”.

Nel 1977 lo scontro con la Somalia, passata sotto la “protezione” e l’aiuto militare statunitense, divenne devastante. Le truppe somale varcarono i confini dell’Etiopia e occuparono la città di Harar. In soccorso di Menghistu arrivarono sovietici e cubani che in seguito, dopo aver contribuito a ricacciare l’esercito somalo, si ritrovarono a fronteggiare il pericolo costituito dalla guerriglia eritrea e del Tigray.

Gaspare Sciortino

luglio 2012

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I comunisti e i guerriglieri del Negus

 Un episodio della resistenza antifascista in Etiopia, 1938-39.
Un’impresa avvolta nel mistero e della quale si hanno solo notizie frammentarie.
Qualche decennio fa il senatore del PCI Giancarlo Pajetta, intervistato sull’argomento, precisò che non fu mai trovato il diario del principale protagonista dell’impresa.
…di quella vicenda e del fatto che là aveva trovato persino un comunista etiopico, ci disse di averne scritto nelle sue memorie. Doveva essere un racconto affascinante: dopo la sua morte cercammo il manoscritto per mezza Italia. Non lo trovammo e perciò restammo col dubbio che lo avesse scritto davvero. Si fece ogni sforzo ma nessuna delle donne che avrebbe potuto averlo avuto in consegna – e che, essendo assai numerose, rendevano la ricerca imbarazzante e non facile – fu in grado di farcelo ritrovare” (Giancarlo Pajetta, Il ragazzo rosso, Mondadori, Milano 1983).
Il mistero riguarda la missione (o forse più di una, certamente un paio) che nel 1938 un piccolo gruppo di comunisti, di quelli che fondarono il partito in Italia, compirono nell’Etiopia soggetta al tallone di ferro delle truppe d’occupazione italiane.
Tra di essi Ilio Barontini, un comunista le cui gesta in tre continenti rimangono leggendarie, ma note solo quelle in Europa.
Ancora una decina di anni fa era possibile incontrare ad Addis Ababa, presso il cimitero dei reduci a ridosso della chiesa mausoleo consacrata alle spoglie di Hailè Selassie, proprio sulla collina alle spalle del Ghebbi (palazzo) imperiale che fu di Menelik, gli ultimi reduci ottantenni-novantenni arbagnuocc che cacciarono i fascisti italiani dalla loro patria.
Ad un giornalista italiano uno di questi fieri e poverissimi vecchietti, che amavano stazionare presso il loro circolo di reduci indossando sempre l’uniforme color kaki della guerra italo-etiope, fece questa dichiarazione: “sì… c’era un italiano che ci insegnava a sfottere
i fascisti… in italiano». A riparlarne gli vien da ridere, al veterano etiope in divisa kaki.
«Lui stava col nostro esercito, Paolo si chiamava. Me lo ricordo perché c’era la taglia col suo nome». Che faceva? «Ci mandava di notte sotto le mura dei fortini, a gridare a squarciagola». Cosa urlavate? «Le vostre mogli se la spassano con i gerarchiiii!». E poi? «Gridavamo in eritreo, agli ascari collaborazionisti: le vostre se le fanno gli italianiiii!». Abboccavano? «In cinque minuti scoppiava il pandemonio. I fascisti aprivano le porte e uscivano per farci la pelle. Noi scappavamo come lepri in una gola tra i monti. E lì c’era l’imboscata». «Aveva gli occhi folli» narra il veterano, sbarrando le pupille, come posseduto dal grande spirito. Ed evoca la leggenda clandestina del combattente di Spagna, Etiopia e Italia, che morì senza lasciar nulla di scritto. “Paulus” l’imprendibile, che insegna agli africani la guerra psicologica e l’uso delle mine, ciclostila giornali, obbliga le formazioni rivali a combattere unite, trasmette gli ordini del Negus…” (Paolo Rumiz, La Domenica di Repubblica, 30 aprile 2006)
Il 3 ottobre del 1935 l’italia fascista cominciava l’invasione dell’Etiopia con un dispiegamento di forze pari soltanto a quello che sarebbe stata messa in campo, in seguito, in Vietnam dagli Usa.
In totale 400.000 uomini, tra esercito e civili di supporto, al comando di De Bono, prima, e successivamente di Badoglio e Graziani. La stessa coppia di “professionisti” che avevano operato in Libia (Graziani già in quella data si sarà assicurato l’appellativo di “macellaio di Libia”).
L’Italia utilizzò abbondantemente gas urticanti (iprite) e asfissianti (fosgene) per avere ragione sbrigativamente dell’esercito etiope, producendo dei veri e propri genocidi anche presso la popolazione civile.
Era il coronamento della politica coloniale italiana cominciata nel 1869 dall’Italia liberale con l’acquisto del porto di Assab, nel mar Rosso, e attuata sempre sotto l’ala protettiva della predominante potenza inglese in tutti i suoi passaggi: dalla conquista dell’Eritrea con conseguente primo tentativo di penetrazione in Abissinia bloccata dalla sconfitta di Adua del 1896, a quella della Somalia, allo sbarco in Libia nel 1911, con il tacito consenso della Francia e come retroguardia per parte inglese nel conflitto con l’Impero della Sublime Porta, alle isole del Dodecanneso.
Il fascismo darà nuova energia ai propositi coloniali italiani, sostituendo al precedente apparato retorico di un “risorgimento” che travalicava i confini nazionali, la una nuova cornice ideologica del diritto “al posto al sole”, come per tutte le grandi nazioni, anche per la “grande proletaria” che avrebbe così compiuto il suo destino di ricostituzione dei miti e dei fasti della civiltà di Roma.
Purtuttavia gli aggressori non avranno mai piena ragione del territorio dell’Etiopia nella sua interezza. A parte le città e le zone limitrofe, nelle quali in soli cinque anni si comincerà a costruire il nuovo volto dell’impero d’Africa, con una dispendiosa e sistematica politica d’insediamento, economica, urbanistica e sociale, corrispondente al keynesismo fascista di guerra, il resto del paese è preda delle azioni di resistenza delle aristocrazie Amhara e Tigrina il cui spirito nazionalista si salda con la tradizionale azione degli sciftà (banditi secondo la lunga tradizione tribale corrispondente ad un’antico sistema di sussistenza economica etiope).
L’esercizio del potere da parte del fascismo in Etiopia non brillò mai per lungimiranza. Non vi fu mai alcun tentativo di cooptare le vecchie aristocrazie al potere, anzi nei loro confronti il generale Graziani, che sarà il primo governatore italiano, avrebbe messo in atto opere di vera e propria persecuzione e genocidio, come quella relativa all’episodio di Debre Libanos.
Prima dello scoppio del conflitto gli appelli del Negus Haile’ Sellassiè erano rimasti inascoltati da parte della Società delle Nazioni , organismo di cui l’Etiopia, unico tra gli stati africani, faceva parte in virtù di un’abile politica di mediazione, nei cento anni precedenti, attuata giostrandosi tra gli appetiti coloniali delle grandi potenze. Menelik II era riuscito a mantenere l’indipendenza dello stato africano, oltrechè con la vittoria nella battaglia di Adua, che costituirà un monito per gli stati europei, anche avendo dato forma e direzione al nazionalismo delle storiche aristocrazie abissine in quella vasta porzione del Corno d’Africa. Il suo successore,Hailè Sellassiè, si ritrovò viceversa a dirigere l’impari resistenza all’avanzata delle truppe italiane e prima della caduta di Addis Ababa (5 maggio 1936), ad opera della Colonna Badoglio, e di Harar da parte della Colonna Graziani, abbandonò il paese.
Le democrazie liberali europee erano impegnate a non disturbare il regime fascista e spingere quello nazista contro l’Urss.
L’Internazionale Comunista raccolse l’appello del Negus con la consapevolezza che solo una guerra di posizione su tre continenti, facendo leva sulle lotte di liberazione dei popoli, poteva bloccare ed infine sconfiggere l’avanzata dell’imperialismo nazista e di quello fascista. Ad essi le potenze capitaliste “liberali” opponevano il semplice “minuetto” della diplomazia, tradimenti di campo e sperimentazioni di nuove effimere alleanze geopolitiche nella convinzione di non essere travolte dal nuovo imperialismo emergente.
Per l’URSS, viceversa era ben chiaro, avendo solo da pochi anni annientato l’accerchiamento degli eserciti occidentali, sul proprio territorio successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, che l’imperialismo stava marciando inesorabilmente verso un nuovo micidiale conflitto mondiale nel quale essa stessa rischiava di soccombere.
L’unica risorsa a disposizione era la lotta internazionalista dei popoli ed una sapiente disarticolazione dell’unità del fronte avversario come fase necessaria per l’accumulazione delle forze, economico-produttive e militari, per reggere lo scontro finale.
Di fatto le sorti dell’URSS e del futuro dei popoli liberi erano indissolubilmente legate.
In Europa l’insipienza, quando non la complicità, delle diplomazie delle democrazie liberali aveva imposto un’embargo pilatesco all’invio di armi e sostegno economico alla nascente Repubblica Socialista di Spagna che avrebbe favorito la sua sconfitta ad opera delle truppe di Hitler e Mussolini accorse a sostegno di Franco mentre, dall’altro lato, solo L’URSS era entrata in campo a difesa della Repubblica con l’invio di armi, denaro e la creazione delle brigate internazionali.
Nell’estate del 1935 il VII congresso dell’Internazionale Comunista aveva varato la tattica dei Fronti Popolari prendendo atto dell’isolamento dell’URSS sul piano internazionale. A fronte della battuta d’arresto della rivoluzione in Europa (la sconfitta di quella tedesca ecc.) emergeva nel campo imperialista un pericolo ben maggiore di quello fino ad allora rappresentato dal capitalismo delle democrazie liberal-borghesi: il fascismo e il nazismo come sintesi tra gli appetiti imperialisti della grande finanza internazionale, lo spirito eversivo e reazionario delle vecchie e nuove borghesie nazionaliste e l’emergere, come fenomeno di massa, dei ceti medi subordinati che reclamavano il proprio protagonismo. La politica dei Fronti popolari favorirà l’alleanza con tutte le forze di sinistra e progressiste nei vari paesi, come infatti in Spagna e Francia, dove per effetto dell’unità elettorale dei Partiti Comunisti, di quelli Socialisti, degli Anarchici e del resto della sinistra erano arrivati al governo coalizioni rappresentative del proletariato e delle masse subordinate.
I comunisti arrivarono anche ad attuare alleanze con forze genuinamente borghesi, per quanto schierate su posizioni oggettivamente progressiste e antimperialiste per via della loro collocazione nello scacchiere geopolitico internazionale.
E’ quello che succede ad oriente dove i comunisti fanno fronte comune con il KMT di Chiang Kai-Shek che rappresentava ancora (non senza contraddizioni che esploderanno in seguito in tutta la loro drammatica essenza) l’esperienza democratico borghese della repubblica di Sun Yat Sen del 1912, ed era in grado di opporsi all’invasione delle truppe dell’Impero del Sol Levante.
Purtuttavia la direzione di Dimitrov dell’Internazionale Comunista era estremamente chiara sul carattere contingente, antifascista e antimperialista, delle nuove alleanze. La rivoluzione sociale non era rimandata ma semplicemente si prendeva atto che quella dei Fronti Popolari fosse la tattica migliore, nel nuovo e mutato quadro dello scontro interimperialistico che avrebbe portato inesorabilmente all’esplosione di un nuovo conflitto a carattere globale, per favorirne il percorso.
Tale nuovo ambito di riferimento dei comunisti creerà il presupposto per aggregazioni e unità d’intenti fino a quel momento inediti. Ciò avverrà, ad esempio, nell’Africa Orientale.
Nello scacchiere dell’Africa orientale, infatti, i servizi segreti inglesi e francesi erano arrivati alla determinazione che era necessaria qualche forma di azione pur semplicemente per difendere le proprie adiacenti colonie, rispettivamente, di Sudan e Kenia, e della Cote Francais des Somalis che rischiavano di soccombere se non si fosse bloccato il protagonismo italiano che fino a quella data la stessa Gran Bretagna aveva agevolato nella regione in funzione antifrancese.
…“In un rapporto segreto, verso la fine del 1936, il capo della Section d’Etudes di Gibuti, De Jonqueries, così scrive: << Se si vuole in caso di conflitto con l’Italia tentare di salvare Gibuti (…) il metodo migliore consiste nel portare la rivolta nel cuore dell’Africa Orientale Italiana>> Esponendo il suo piano, De Jonqueries lo articola in quattro punti: 1: preparazione politica, in stretto collegamento con i capi con i quali siamo in contatto. 2. propaganda clandestina, destinata a mantenere in Etiopia uno stato di ostilità latente. 3. Appoggio ai movimenti di rivolta attuali (sostegno finanziario ai capi ribelli e facilitazioni per il contrabbando d’armi). 4. Costituzione di bande sul nostro territorio (stoccaggio di armi e censimento dei patrioti rifugiati).Questo progetto di guerra sovversiva è approvato dal governo di Parigi (il governo del Fronte Popolare del socialista Leon Blum che da li a poco sarebbe arrivato al suo termine) e verso la fine del 1937 vengono stabiliti regolari contatti con Abebe Aregai e con Gherarsù Duchì. Ma gli italiani sorvegliavano scrupolosamente le frontiere con la Costa dei Somali rendendo estremamente difficile il rifornimento di armi ai ribelli. Ciò obbliga i francesi a prendere in considerazione l’opportunità di agire a partire dal Sudan anglo-egiziano, che confina con le regioni più ostili al dominio italiano e perciò più facili da attraversare. Nell’aprile del 1938 il ministro delle Colonie, Georges Mandel, e il generale Buhrer prendono contatto con l’Alto Comando britannico per organizzare al più presto un’azione comune in Africa Orientale. Il momento, però, non è molto propizio, poiché gli inglesi stanno per firmare con Roma l'<Accordo dei due Imperi> e mai come in questo periodo essi corteggiano l’Italia nella speranza di incrinare l’asse Roma-Berlino.
L’intesa viene perciò raggiunta soltanto nella primavera del 1939, quando ormai l’Italia è considerata irrecuperabile e lo scontro inevitabile…( Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol.III).
Nel giugno ad Aden viene raggiunta un’intesa tra il generale Le Gentilhomme, comandante delle truppe di stanza nella Cotè Francais des Somalis e il comandante in capo delle forze britanniche del medio oriente circa la costruzione di un comando unificato e per il sostegno ad una rivolta generale in Etiopia tramite ogni azione atta a favorire lo sviluppo spontaneo della resistenza in vista di un attacco degli alleati contro gli italiani. E’ in questo scenario che matura la decisione della missione in Etiopia dei comunisti italiani.
L’inimmaginabile, soltanto poco tempo prima, unità d’intenti con forze tradizionalmente collocate sul campo politico opposto, fa maturare nel Partito Comunista d’Italia, d’accordo con l’Internazionale Comunista, la decisione di organizzare una missione.
Ciò fu reso possibile da una straordinaria azione di diplomazia tra i servizi segreti di Francia e Inghilterra da un lato, di Di Vittorio, Grieco e Berti per l’Internazionale e il Partito Comunista d’Italia e Tede Uolde Hawariat ultimo rappresentante etiope presso la Società delle Nazioni.
La singolarità di questo evento mette insieme gli apparati di intelligence di due potenze imperialiste, i rappresentanti di uno stato spodestato, dalla millenaria natura confessionale e teocratica, e alcuni militanti di uno dei più importanti partiti comunisti occidentali.
In una riunione avvenuta a Parigi furono consegnati, come credenziali per i comunisti, delle lettere con i timbri e la firma dell’imperatore Hailè Selassiè.
C’è da dire che già nel 1937 tra i comunisti impegnati nella resistenza repubblicana spagnola al fascismo era già circolata l’ipotesi di un intervento in Abissinia. Da una testimonianza di Anton Ukmar raccolta da cesare Colombo per conto dell’Istituto Gramsci risulta che già allora Ilio Barontini parlasse dell’opportunità di inviare una missione delle Brigate Internazionali.
Paolo Spriano nel III volume della “Storia del Partito Comunista Italiano (Einaudi, Torino 1970) riporta il verbale di una riunione della segreteria del partito dell’8 dicembre 1938 : “…Dopo prende la parola il compagno in questione (Nicoletti), esponendo il suo piano di lavoro. Tutte le decisioni dovranno venire realizzate nei prossimi giorni. Entro la fine di gennaio il Partito dovrà trovare ancora tre o quattro elementi che possono raggiungere in Etiopia il compagno che parte.
Nei fatti si decise per due missioni, la prima ad opera di Barontini.
Pertanto già prima della conferenza di Aden vengono inviati in Etiopia due quadri politici che avevano avuto un ruolo rilevante nella guerra di Spagna: lo stesso Barontini e Paolo De Bargili.
Entro breve tempo la missione fu pronta a partire e i due compagni assunsero per l’occasione due pseudonimi di origine religiosa, probabilmente per essere meglio accettati tra gli etiopi estremamente suggestionabili (o almeno così credevano gli italiani) nella loro tradizione religiosa cristiano-ortodossa: Barontini era Paulus e De Bargili Joannes.
Fabio Baldassarri che recentemente ha curato una biografia di Ilio Barontini servendosi anche di testimonianze di compagni livornesi, cioè concittadini di Barontini che avevano appreso notizie sul suo conto dal medesimo protagonista delle stesse, parla soltanto di Paulus ovvero pertanto solo di Barontini che, nell’approssimarsi della data della partenza visse un periodo di isolamento in un’abitazione francese al fine di farsi crescere la barba e operare qualche altro cambiamento di connotati. (Fabio Baldassarri, Ilio Barontini un garibaldino del ‘900, Teti editore)
Intanto la polizia fascista e i servizi segreti di mezzo mondo già da tempo erano sulle tracce di un tal Paul Langrois del quale si comincia a paventare la presenza in Etiopia. Per il generale della PAI (Polizia dell’Africa Italiana) Marraffa è Paolo De Bargili, ma in realtà ancora oggi la sua vera identità è avvolta dal mistero. Per il dirigente comunista Anton Ukmar, da una testimonianza del dopoguerra, sarebbe invece il dirigente comunista Velio Spano ma successivamente sarà smentito da Giorgio Amendola e dalla stessa moglie di Spano, che pur ammettendo la presenza di Spano in Egitto in quel periodo nega che egli sia stato anche in Etiopia. In effetti Velio Spano era stato in Egitto, ma nel 1935, e della sua azione, o tentativo di azione, se ne ha traccia presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE), Ministero dell’Africa. Da un’informativa di polizia del Tenente Colonnello Princivalle al Governo dell’Eritrea (Asmara 19 febbraio 1935), si apprende che il 27 dicembre del ’35 furono trovati a Suez dentro a tre scatole di tabacco, alcuni volantini antifascisti in italiano.
Era un primo tentativo di azioni di propaganda del PCdI rivolta alle truppe dell’esercito italiano che passavano da Suez per dirigersi verso il porto di Massaua, nella colonia Eritrea, per dare inizio all’invasione dell’Etiopia.
Per altri Paul Langrois sarebbe una delle tante identità assunte dallo stesso Barontini. La confusione su questo punto è massima! E questo non è casuale.
Non è casuale che anche tra i dirigenti comunisti le informazioni e le testimonianze su quei fatti, che rimanevano alla fine del conflitto, fossero episodiche e spesso contraddittorie. Ciò dipende dalla formidabile struttura leninista clandestina del partito, forgiato in periodo fascista nella clandestinità e come “struttura d’avanguardia del proletariato composta da rivoluzionari di professione”, che non consente la conoscenza di fatti ed azioni se non ai componenti delle cellule strettamente interessate ed a pochissimi altri nelle strutture di collegamento che, tuttavia, non conoscono, eccetto un contatto, gli altri componenti delle cellule stesse.
I due comunisti prendono contatti con i servizi segreti britannici e, con gli emissari di Hailè Selassiè. Partiti dalla Francia attraversano l’Egitto e il Sudan per trovarsi nel dicembre del 1938 in territorio etiope, nel Goggiam, nei pressi del lago Tana, dove si pongono al seguito del degiac (generale) Mangascià Giamberiè e dove le azioni della resistenza etiope sono più numerose e il suo controllo sulle foreste e le campagne maggiore.
Una prima lettere di Barontini giunge attraverso Khartoum : “…la mia salute è buona, nonostante la vita sia dura, dormire sulla terra, mangiare quando si trova, mangiare quello che c’è, bisogna avere uno stomaco di struzzo. Bisogna avere un fisico molto resistente. Al momento sono decisamente in forze, ci sono degli indigeni che nella zona terribile per la malaria hanno preso la febbre; al contrario io sto bene. È 26 giorni che passo da villaggio a villaggio, ho visitato fino ad ora tre grandi regioni. L’unico sistema di trasporto le nostre gambe, salire e scendere continuamente, di giorno il termometro segna 30-35 gradi all’ombra, la notte scende a 8-10. La situazione è buona. I contadini mi hanno fatto le migliori manifestazioni di amicizia, di rispetto, di considerazione, ho fatto e faccio tutti i giorni delle riunioni dando delle istruzioni, dei consigli, istruzioni militari, modo di combattimento, sul problema della salute, etc. Sono sorpreso poiché non ho mai trovato un pubblico più attento che qui, questi contadini sono molto intelligenti, imparano bene e dopo i miei discorsi manifestano per me una grande venerazione. Il documento del Negus è veramente formidabile. Penso che solamente la mia presenza qui è un successo, si riprende fiducia, ci si rinforza per sviluppare un miglior lavoro, per un lavoro più intensivo. Qui ci sono molti uomini disposti a combattere, ma non ci sono armi a sufficienza per armare tutti gli uomini disponibili. Ogni paese ha il suo armamento; ho visto centinaia e centinaia di fucili, ma ho constatato che provengono da diverse marche, questo fatto complica la formazione di unità omogenee. […] I combattenti hanno una buona conoscenza per utilizzare le mitragliatrici; ma non ci sono munizioni. […] Domani andiamo al combattimento, gli indigeni sono formidabili per il combattimento, ho visto un contadino donare una vacca per avere due cartucce per la sua arma. I preti sono sempre dalla parte della popolazione, ci sono dei preti veramente meravigliosi, sono in buoni rapporti con loro. Qui ci sono delle camicie nere che ti seguono non appena gli fai vedere un po’ di soldi. Al momento ne ho una accanto a me che mi fa divertire. (lettera di Ilio Barontìni, Kartoum 6 febbraio 1939,inviata il 22 marzo, conservata presso il patrimonio archivistico dell’Istituto Granisci, tradotta dal francese e riportata da Matteo Dominioni in: Lo sfascio dell’Impero, Laterza 2008).
Una seconda lettera viene scritta il 9 maggio ed è indirizzata da “Jacopo” a “Tuti”: …sono cinque mesi che il nostro compagno è in sede riconosciuto ufficialmente in base alle credenziali di ampia fiducia del Negus ed egli ormai ha preso la direzione militare di tutto quanto c’è di attivo e di combattivo laggiù e si tratta di parecchie decine di migliaia di uomini” (sempre da “Matteo Dominioni, op.cit.).
Nello schieramento opposto, quello delle forze d’occupazione italiana presso il comando di Gondar abbiamo una testimonianza della situazione di conflitto permanente esistente nella regione.
Curzio Malaparte, incaricato di un reportage giornalistico dal Corriere della Sera, con lo scopo di rassicurare la popolazione italiana a proposito della propaganda inglese antiitaliana, percorrerà nei primi mesi del 1939, al seguito di un contingente militare italiano, la rotta di rifornimento Massaua, Asmara, Adua, Bahir Dar, Addis Ababa. Nell’articolo intitolato “Passaggio di armati per le alte terre dell’Uoranà” non può fare a meno di descrivere, per quanto con toni rassicuranti e dissimulati, un attacco degli sciftà (briganti) e di un territorio del quale gli era stato sconsigliato il transito ( articoli adesso ripubblicati in “Curzio Malaparte, Viaggio in Etiopia ed altri scritti africani, Vallecchi 2006)
Sin da subito i due comunisti assumono le mansioni di istruttori militari e consiglieri.
Del “misterioso” Paul Langrois ci lascia una testimonianza il prigioniero italiano, capitano Bertoja, tramite Vittorio Longhi che era stato inviato nella regione del Goggiam per trattare la sua liberazione. Bertoja era stato precedentemente catturato dallo stesso degiac Mangascià ed ebbe modo di incontrare il presunto Langrois presso il villaggio di Fagutta e, naturalmente, considerandolo un traditore, lo descrive in maniera molto poco lusinghiera. Inoltre per Bertoja il compito che Langrois vuole portare a termine è quello di unificare l’azione delle tante bande di resistenti, spesso in conflitto reciproco, sotto un unico comando.
”Sempre secondo Bertoja, Langrois è anche diventato il consigliere politico del piccolo gruppo di intellettuali che gravita intorno a Mangascia Giamberiè e che stampa alla macchia il settimanale ciclostilato <La Voce degli Etiopi>. Ed ancora a lui il generale Marraffa attribuisce la paternità dei volantini che vengono diffusi in molte parti del Goggiam e che sono firmati da <Il comitato che lotta per l’indipendenza dell’Etiopia>. Dice uno di questi manifestini: << ora l’Italia non ha più oro e argento; le banconote che vi danno non hanno più valore, sono come i marchi del 1918. Oh popolo d’Etiopia, attenzione! Non accettate le lire di carta. Gli italiani vi ingannano>>. (Angelo Del Boca, op.cit.).
Nella primavera del 1939 una seconda missione raggiunge gli stessi territori dell’Etiopia. Su questa si hanno maggiori ragguagli forniti da uno dei protagonisti, il comunista triestino Anton Ukmar, già combattente nelle brigate internazionali in Spagna e successivamente, nel ’43 comandante della lotta partigiana in Liguria con il nome di battaglia di Miro. Testimonianze sulla figura di Ukmar e sulla sua impresa in Etiopia si hanno dalla sua stessa relazione pubblicata nel 1966 su Rinascita e dalle pubblicazioni del comandante partigiano G.B. Lazagna, oltrechè dalle edizioni dell’Anpi e in altri testi. Ukmar afferma che la missione gli fu affidata da Di Vittorio a Parigi. “La nostra missione consisteva in questo. Aiutare la popolazione etiopica nella mobilitazione contro l’aggressione colonialista e nella costituzione di un esercito partigiano; non si trattava di svolgere un lavoro di partito, né di presentarci come italiani ma semplicemente come membri delle Brigate Internazionali” . 
Insieme ad Ukmar fa parte della missione lo spezino Bruno Rolla, già commissario politico della sezione clandestina del Partito a Palermo e combattente di Spagna nella 12Brigata Garibaldi. Con loro ci sono il colonnello francese Paul Robert Mounier, del servizio d’informazione militare francese e simpatizzante della politica del Fronte Popolare, e Lorenzo Taezaz, uno dei più attivi collaboratori del Negus in esilio. Per Baldassarri, nella citata biografia di Barontini, Ukmar prenderebbe il nome di Johannes, Rolla quello di Petrus e Mounier quello di Andreas. La missione, sullo stesso percorso in territorio egiziano-sudanese sotto tutela delle truppe britanniche, presto raggiunge Ilio Barontini nel Goggiam. “…Ci mise al corrente della situazione e discutemmo insieme su da farsi: dovevamo riuscire a convincere gli etiopici ad abbandonare la struttura a grosse bande di 1000/2000 uomini, dei quali soltanto una parte armati di fucili, dato che queste formazioni erano lente nei movimenti e facilmente localizzabili; infatti venivano puntualmente scoperte e massacrate; essi avrebbero dovuto costituire gruppi più piccoli e mobili. Inoltre avremmo dovuto persuaderli a non uccidere più i prigionieri ma a disarmarli e lasciarli liberi…I guerriglieri etiopici avrebbero dovuto anche cercare di mantenere i territori liberati. Nostro compito sarebbe stato quello di mantenere i contatti con i capi della rivolta, coordinare le loro azioni, evitare i conflitti fra le varie formazioni, in modo da unificare nella lotta contro l’esercito coloniale tutte le energie” (Rinascita, n. 19, 7 maggio 1966 riportato anche in “Angelo Del Boca, op.cit.).
Inoltre si attribuiva particolare importanza all’opera di propaganda presso la popolazione e presso i militari italiani. Tramite un ciclostile veniva dato alle stampe un foglio metà in italiano e metà in amarico dal nome “La voce degli etiopi” con tiratura settimanale che poi veniva diffuso, fra le truppe italiane, dalle donne, in quanto meno sospettabili, che contemporaneamente carpivano informazioni fondamentali per la guerriglia. E’ certo inoltre che si tentò di costituire una sorta di governo “ribelle” affinchè cominciasse ad essere riconosciuto un contropotere nei territori interessati dalla guerriglia.
Per mettere in pratica questo programma Barontini, Ukmar, Rolla e Monnier intraprendono viaggi, spesso ognuno singolarmente per tutto il vasto territorio del nord Etiopia che va dall’Ermacciò, al Beghemeder, al sud del lago Tana, al Goggiam.
E’ certo che Barontini fu raggiunto da Lorenzo Taezaz in agosto e svolse la propria azione presso il degiac Mangascià, Ukmar operò nella zona di Gondar, attorno al Lago Tana, nell’Alto Nilo Azzurro e nel Goggiam.
Ma fu un compito irto di pericoli sopratutto a causa delle bande di mercenari sguinzagliati alla loro ricerca da parte delle autorità militare italiane e dalla rissosità tra le varie bande di resistenti etiopi.
Inoltre Monnier muore improvvisamente a causa delle febbri malariche mentre si spostava nella zona di Harar, ad est nel territorio etiopico, per prendere contatti con altri nuclei di ribellione.
Stessa sorte rischia di toccare ad Ukmar, ammalatosi anch’egli, e a Rolla a causa di una infezione ad una ferita che rischiava di degenerare.
Ukmar intanto aveva fatto chiamare i compagni mettendoli al corrente del suo stato di pericolo: “Dapprima Ukmar ricevette un po’ di latte, poi più niente.
Vennero due stregoni. Bruciarono erbe aromatiche e, infine, visto che non ottenevano alcun risultato, lo misero fuori dal tucul per lasciarlo morire. Dopo un po’ lo privarono delle armi e degli oggetti di qualche interesse e lo trasportarono all’esterno del villaggio per abbandonarlo sotto un albero. Era la morte certa, anche per opera degli animali, se in quel momento non fosse arrivato Ilio Barontini.
Era sera e Ilio sentì pronunciare il nome che gli abissini avevano affibbiato ad Ukmar: Oghen. Barontini scorse il compagno e si rese conto che era in condizioni disperate. Gli apri la bocca con la lama della baionetta e gli fece ingoiare del chinino; poi lo fece caricare su un cammello e si avviò verso il Goggiam. A Barontini, quando era arrivato nel villaggio, era stato detto che iI suo amico poteva considerarsi morto. Trasferito in un altro villaggio, Ukmar pote invece riaversi rapidamente grazie a qualche settimana di riposo e ad un po’ di recupero nell’alimentazione.
Anche Rolla si ammalo di li a poco. Una ferita ad un dito suppurò facendogli gonfiare tutto il braccio. Ancora una volta Barontini accorse in tempo. Gli pratico delle inieizione sulla ferita, la ripulì ben bene e Rolla guarì. ” (Fabio Baldassarri, op. cit.)
Al colmo della malasorte anche quel minimo di dotazioni tecniche del gruppo si esauriscono. La radio smette di funzionare pertanto non potendo più ricevere istruzioni Ukmar, Rolla e Barontini decidono di sospendere la missione e di rientrare in Europa preceduti da Lorenzo Taezaz e De Bargili (Paul Langrois ?!).
Nella decisione di porre fine alla missione senz’altro ebbe un ruolo fondamentale il cerchio poliziesco che si stava per chiudere attorno al gruppo.
Infatti già dal 1935 la polizia italiana teneva sotto controllo le intenzioni e i progetti degli esuli antifascisti a Parigi: “…In una riunione promossa a Parigi da «Giustizia e Libertà» fra rappresentanti antifascismo italiano si sono esaminati mezzi idonei svolgere propaganda negativa fra nostre truppe e particolarmente fra quelle destinate Africa Orientale. Tra l’altro si è pensato inviare in Abissinia, previ accordi con rappresentante diplomatico etiopico a Parigi, qualche elemento del movimento antifascista per svolgere azione sul posto, a mezzo stampati da distribuirsi fra nostre truppe dislocate frontiera Somalia ed Eritrea. Fondi necessario dovrebbero essere forniti dal Governo Etiopico cui si chiederebbero anche garanzie per nostri soldati che si lasciassero convincere propaganda a passare al nemico…” (ASDMAE,MA//7, posiz. 181/6, fase. 3, telegramma n. 2693 di Lessona a De Bono, Roma, 26 marzo 1935; telegramma n.3541 di Emilio De Bono al Governo di Mogadiscio, Asmara 31 marzo 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
E ancora: “…viene riferito da fonte confidenziale che si starebbe organizzando in Francia una legione di italiani fuorusciti, a spese delle Internazionali. Anche trattandosi di poche persone, essa potrebbe provocare incidenti gravi per i rapporti franco italiani in questo momento delicatissimo. Pare che la legione dovrebbe imbarcarsi – clandestinamente – per prendere servizio a favore del Negus in Abissinia. […] È possibile del resto che le Internazionali mirino soltanto a fare scandalo; a dimostrare all’opinione che vi sono italiani disposti a combattere per il Negus. Subordinatamente poi, a scagliarsi contro il signor Lavai se impedisse la sedicente spedizione…” (ASDMAE,MAIII, posiz. 181/56, fase. 271, lettera senza numero della Regia ambasciata di Parigi a firma Cerruti, Parigi 18 settembre 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
Successivamente giunse dall’Ambasciata italiana di Parigi un telegramma che momentaneamente escludeva azioni degli antifascisti in Etiopia: “…da accurate indagini esperite è risultato che la notizia riguardante la legione dei volontari italiani antifascisti per l’Etiopia non trova conferma in questi ambienti comunisti ed antifascisti in genere. Il progetto venne discusso, ma sembra, poi scartato per ragioni di opportunità…”. (ASDMAE,MAIII, posiz. 181/56, fase. 271,telespresso n. 214747 del ministero degli Affari Esteri al ministero dell’Africa Italiana, Roma 30 aprile 1936 . Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
In Etiopia la cognizione delle strutture di polizia italiane, circa natura e programmi della missione comunista, ben presto cambia attribuendole un grado di maggiore pericolosità.
Questo avviene a causa del rapporto di Vittorio Longhi che mediava la liberazione del capitano Bertoja, di cui abbiamo già accennato. Il rapporto venne letto dal Ministro delle colonie Lessona e dallo stesso Mussolini e disegna il ritratto di Paul Langrois: “è un individuo di circa 40 anni, statura media, un po’ curvo di spalle ma energico nel portamento; capelli, barba e baffi castano scuri, occhi neri, miopi; generalmente parla sfuggendo lo sguardo dell’ascoltatore; dentatura guasta, mancante di parecchi molari; ha una piccola cicatrice alla regione parietale destra, molto vicina all’occhio. Sguardo acceso, quasi da alcolizzato. Ha molta tendenza alle donne. Si fa passare per generale dell’esercito francese e racconta di essere stato in Spagna ed in Russia, ma parla mediocremente la lingua francese e conosce invece molto bene la lingua italiana, che parla con accento toscano. Il capitano, durante la sua prigionia, confidò a Longhi che l’emissario non era affatto uno straniero e neppure un generale, bensì un rinnegato italiano, invasato da idee antifasciste e probabilmente un giornalista. Si fa chiamare Paul Langlois e varie volte espresse a Longhi idee antifasciste, dichiarando altresì di appartenere al partito democratico sociale francese e che l’unico scopo della sua vita era di servire l’antifascismo internazionale. Si presentò al deggiac Mangascià con alcune credenziali munite del sigillo dell’ex negus, e sulle quali era incollata, per riconoscimento, la propria fotografia. L’azione dell’emissario non fu precisamente militare, ma propagandistica. Egli cercò di far riappacificare i deggiac ribelli, invitandoli a riunirsi compatti a combattere le truppe del governo ed aiutarsi vicendevolmente. Inviava delle relazioni nel Sudan e raccontò a Longhi che Karthoum era il centro dal quale si diramava la propaganda in A.O.I. e destinazione delle sue relazioni e delle pellicole cinematografiche da lui prese. A Karthoum i suoi corrispondenti trasmettevano le relazioni a Parigi, ove si troverebbe il centro della propaganda antifascista e antitaliana e dove si sosterrebbero le mire del partito nazionalista etiopico. Disse pure di essere stato a Londra per una settimana, espite dell’ex negus, ma il Longhi notò che l’emissario non conosceva alcuna persona del vecchio governo negussita e ciò gli apparve strano dato che molti seguaci si trovano ancora presso l’ex negus. L’emissario aveva per interprete un eritreo che il Longhi conobbe a Cheren che fu anche ascari del IV Battaglione, certo Emanuel Mangascià Burrù, maestro della scuola Salvago Raggi di Cheren. Altro interprete ai servizi dell’emissario era certo Atò Asseghei di Adua il quale dichiarò a Longhi, che l’emissario era persona nota anche al Duce e che in Spagna aveva prestato segnalati servizi per la causa del comunismo. (ASDMAE,MAIII posiz. 180/42, fase. 138, allegato al foglio n. 146636 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. Riportato in Matteo Dominioni op.cit.)
Da questo momento si moltiplicano le informative di polizia, le segnalazioni sulle azioni del gruppo e il cerchio inesorabilmente si stringe. Sempre il 7 dicembre del 1939 il duca Amedeo d’Aosta (che intanto aveva sostituito Rodolfo Graziani nella carica di vicerè della colonia Etiope) inviò al Ministero dell’Africa Italiana copia delle pubblicazioni dei ribelli e lo informò circa la loro dotazione di mezzi tecnici: “macchine fotografiche, una macchina da scrivere, una stazione ricetrasmittente e un poligrafo”. ( ASDMAE,MAIII foglio n. 14764 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini in Etiopia. La singolare vicenda di un anomalo fronte popolare antifascista, Studi Piacentini).
Il 18 dicembre è la volta del generale Nasi a trasmettere al Ministero un’altro bando del presunto Langrois che era destinato ai capi della regione del Buriè. ( ASDMAE,MAIII foglio n. 145446 di prot. del generale Nasi al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 18 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
A gennaio la polizia dell’Africa Italiana diffonde una foto del presunto Langlois in compagnia di Mangascià e di Mesfin Scibesci. Cominciano a sorgere i primi dubbi sull’identità del Langlois. (Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
L’ispettorato generale del PAI di Addis Abeba, grazie ad un’ulteriore deposizione del Longhi comincia a disegnare un ritratto più preciso del Langlois: “…il così detto Paul Langlois è certamente italiano, e per meglio precisare toscano. Parla assai male il francese; fu in Spagna con i rossi ed in Cina con Ciang Kai Scek. A suo dire fu maggiore dell’esercito italiano e riveste il grado di generale (?) nella legione straniera. Giunse presso il Degiac Negasc il 18 marzo 1939, proveniente da Parigi donde era partito il 1° gennaio 1939 e dove faceva parte del partito democratico italiano. Entrò in A.O.I. dal Sudan Anglo, sfuggendo alla sorveglianza delle nostre truppe. Aveva con se due lettere autografe dell’ex negus, una per il Deggiac Negasc e l’altra per il «popolo del Goggiam» incitanti alla resistenza contro il Governo Italiano…”.(ASDMAE,MAIII foglio n. 1258/5599 di prot. del generale Renzo Mambrini al Comando Generale della Pai e ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 25 gennaio 1940. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit).
Successivamente un’altra serie di informative interessò l’attività del gruppo antifascista italiano arrivando anche a dettagliare il viaggio intrapreso dal Langlois per raggiungere il capitano Monnier morente.
Paul Langlois fu identificato come Paolo De Bargili solamente nel marzo del 1940. Dalla documentazio e dell’archivio del Ministero dell’Interno (casellario politico centrale) la PAI venne a conoscenza del fatto che sin dal 1923 Langlois era stato lo pseudonimo usato da De Bargili. Mai però la PAI e la PS si accorsero che anche il nome De Bargili era la copertura di un’altra identità, quella di Barontini. E’ un fatto singolare che nel casellario politico centrale sia stata iscritta una persona inesistente. Un’ipotesi plausibile è che Barontini si sia impossessato dell’identità di un connazionale deceduto o emigrato clandestinamente e sparito all’estero” (Matteo Dominioni, Lo Sfascio dell’Impero, op. cit.)

Nel 1940 cominciò il percorso, attraverso gli stessi territori dell’andata, per il rientro in Europa.
Ma non fu una passeggiata, in quanto il gruppo, scortato da circa venti uomini e in compagnia di preti e dignitari etiopi, fu intercettato da una banda di mercenari e fu costretto a dividersi.
Nel punto di ritrovo concordato Barontini tardò per parecchi giorni fino ad essere considerato morto dai compagni. Fortunatamente, viceversa, il gruppo riuscì a riunirsi a Karthoum e in fine a maggio si trovò al Cairo per essere imbarcato da una nave della Croce Rossa francese per Marsiglia, piuttosto che la Grecia, la Siria o la Turchia in base a quella che era la loro preferenza. Barontini a Marsiglia riuscì a scampare all’arresto. Non ebbero la stessa fortuna i compagni che furono imprigionati nel campo di Vernet d’Ariege.
Ma seguiamo il già citato racconto di Cesare Colombo per l’Istituto Gramsci. “Nel maggio del 1940 raggiunsero il fiume Altara girando al largo del lago Tana. Era necessario passare per un passaggio obbligato, molto pericoloso. Assieme ai tre italiani erano dei dignitari etiopi di cui tre ammalati, due preti coopti ed una scorta di circa venti armati. Vennero fermati da una banda di seicento etiopi, che erano stati in parte armati dai fascisti proprio per l’antiguerriglia.
Questi richiesero le armi pesanti e l’oro. lnfatti da tempo circolavano nel paese leggende sui tesori degli emissari del Negus e dei loro aiutanti europei; si parlava di trecento cammelli carichi d ‘oro.
Ukmar, Rolla e due etiopi, furono messi da una parte; Barontini, i due preti e due etiopi, da un altra.
Fu detto che l’oro era a Badaref, nel Sudan, e alla fine si accordarono che il gruppo di Ukmar e Rolla sarebbe andato a prelevarlo; Barontini e gli altri avrebbero aspettato.
Barontini aveva suggerito il piano, e si era accordato segretamente per fuggire (la tenda sua e degli etiopi che erano con lui si trovava al margine di un bosco) e ritrovarsi in un punto determinato.
La scorta del gruppo di Ukmar, Rolla e gli altri etiopi era stata scelta dai nostri: la maggioranza era costituita da amhara una parte dei quali aveva già combattuto con i patrioti e che al
momento buono eliminarono quanti erano contrari a seguire le direttive dei prigionieri; si recarono al luogo convenuto con Barontini e lo aspettarono nove giorni; la banda che aveva fatto prigionieri i nostri nel frattempo si era spostata, erano tutti convinti che Barontini si fosse perduto nella foresta o fosse stato ucciso. Passarono la frontiera e raggiunsero Kartum senza incidenti. Andarono dall’ex-ministro etiope per riprendere i vestiti europei e gli inglesi gli comunicarono: – Anche il vostro amico italiano sarà qui domani. – Infatti Barontini, e gli altri che erano fuggiti con lui grazie alla complicità degli amharici, si erano persi nella foresta ed erano sconfinati nel Sudan, molto più a Sud.
Dopo otto o dieci giorni, alla fine del maggio ’40, giunsero al Cairo. Chiesero di essere imbarcati per la Grecia o la Siria o la Turchia. Furono invece imbarcati in un piroscafo francese della Croce
Rossa adibito al trasporto di rifugiati francesi ed olandesi. Barontini riuscì a sbarcare inosservato.
Rolla e Ukmar il giorno dopo l’arrivo a Parigi furono arrestati e poi internati nei campo di Vernet d ‘Ariége. Si era ai primi del giugno 1940. Qualche giorno dopo Parigi cadeva nelle mani dei nazisti.
(Per tutta la vicenda del rientro in Europa vedasi anche l’articolo citato su Rinascita, “B.Anatra, Partigiano sul lago Tana” e “E. Barontini, V. Marchi, “Dario”).
Non si pensi che i Nostri siano stati ricoperti di onori dai compagni di partito. Lo stesso Barontini fu tenuto in isolamento, come in quarantena, intanto che il partito sondava qualità politica e limpidezza delle sue precedenti azioni. La logica della clandestinità non ammetteva deroghe e Barontini era stato per circa 18 mesi in rapporto con l’intelligence britannica, cosa che suscitava più di un sospetto. (Vedasi sempre il libro della figlia di Barontini “Dario”).
Sempre Del Boca riferisce nel mai superato Gli italiani in Africa Orientale che questi non furono gli unici italiani ad aver militato nella resistenza etiope. Il grande storico dell’Etiopia Richard Pankhurst gli fece pervenire una piccola nota frutto di una ricerca nella quale figurano tra i combattenti etiopi il siciliano Saverio Sbriglio, che disertò per prestare soccorso quale infermiere presso la formazione di Abebè Aregai, e Alfonso P. che disertò per raggiungere le forze di Negasc Bezabè nel Goggiam. Alfonso P. finirà i suoi giorni internato per errore nel 1941, dagli inglesi, nel campo di concentramento di Dire Dawa e verrà pugnalato al cuore da alcuni fascisti. Inoltre nel 1941, alla data della liberazione dell’Etiopia, saranno centinaia, forse qualche migliaio, gli “insabbiati”. Ovvero gli italiani che avevano disertato ed erano spariti nell’immenso territorio del paese, facendosi una famiglia e conducendo un’esistenza spesso clandestina.
La missione degli italiani, ad ogni modo, a quel punto avrà raggiunto importanti obiettivi. Il rapporto redatto da Lorenzo Tazeaz per Hailè Selassiè sarà di grande aiuto per spronare gli inglesi a rompere ogni atteggiamento di indugio e passare a vie più concrete. Dal rapporto emergerebbe l’estrema fragilità dell’apparato militare italiano nonostante la sua superiorità di forze in campo; 300.000 uomini contro gli appena 18.000 delle forze britanniche nelle colonie adiacenti. Questo a causa dell’isolamento della colonia italiana dell’Etiopia, dopo la chiusura di Suez da parte degli Inglesi, e l’impossibilità da parte italiana di costruire una via di penetrazione attraverso il deserto della colonia libica sfondando attraverso il Sudan britannico. Inoltre in Etiopia permaneva una dimensione di quasi contropotere delle forze della resistenza che contendevano il territorio agli italiani, e che opportunamente aiutate, nell’imminente conflitto generalizzato, avrebbero potuto avere il sopravvento. Inoltre emergerebbe che Hailè Selassie, per quanto la sua fama sia stata grandemente oscurata dall’abbandono del territorio etiope, e per quanto emergano anche delle forze repubblicane tra i resistenti, continua ad essere l’unica personalità in grado di unificare e dirigere la resistenza. A questo punto l’Inghilterra comincerà a finanziare e appoggiare attivamente la resistenza.
Gaspare Sciortino. Aprile 2012.
Addis Ababa. Hailè Selassiè legge alla radio l’appello alle nazioni contro l’invasione italiana.
Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Mobilitazione dei guerrieri delle tribù. Cinegiornale Fox Movietone News 1935

Mobilitazione dei guerrieri delle tribù. Cinegiornale Fox Movietone News 1935
Vengono mobilitati anche i veterani di Adua. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Vengono mobilitati anche i veterani di Adua. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Dignitari Amhara con il seguito di guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Dignitari Amhara con il seguito di guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Ras e guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.

Febbraio 1936. Truppe italiane nei pressi dell’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano.
Febbraio 1936. Truppe italiane nella battaglia dell’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano
Febbraio 1936. La bandiera del regno d’Italia sventola sull’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano.
Bombardamento aereo di un villaggio del Tigrè.
Addis Ababa 1936. Soldati etiopi rispondono a fucilate agli aerei italiani.
L’avanzata della colonna Badoglio su Addis Ababa. Al centro lo stesso Badoglio con Lessona, ministro delle colonie. Foto Fondo Bottai, Milano.
Addis Ababa 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano
Addis Ababa 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano
5 maggio 1936. Badoglio entra in Addis Ababa. Foto Fondo Bottai, Milano.
Addis Ababa 1937. I magazzino Kevorkoff trasformati in Casa del Fascio.
Foto della collezione privata Berhanu Abebe.
1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità.
1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità.
1938-39. Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Da sinistra: Kebbedè, ufficiale; Ghila Gherghis, diplomatico; Paolus Getahoum Tesemma, capo del governo in esilio, un guerrigliero.Archivio storico dell’Unità.
Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Archivio storico dell’Unità
Partigiani etiopici addestrati da Barontini. Archivio storico dell’Unità.

Ilio Barontini era nato a Cecina (Livorno) il 28 settembre 1890.
Fu, fin dall’età di 13 anni, un militante anarchico di Livorno. A 15 anni lavorava già come operaio tornitore presso il Cantiere Orlando quando si iscrisse al Partito Socialista. Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale si dichiarò “non interventista”. Dopo la guerra, nel 1919, partecipò ai lavori del gruppo politico dell’ Ordine Nuovo, fondato da Antonio Gramsci.
Nel 1921, fu fra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel Congresso di Livorno. Successivamente fu eletto sia come Consigliere Comunale che responsabile della Camera del Lavoro della CGIL della città di Livorno.
Con l’avvento del fascismo subì arresti, denunce ed aggressioni, ma non si arrese mai è tornò sempre alla militanza politica.
Fra i dirigenti del Partito Comunista d’Italia fa parte della minoranza che è favorevole all’ingresso delle formazioni antifasciste di difesa del partito nel Fronte Unito Arditi del Popolo.
Nel 1931 espatriò avventurosamente in Francia con una pericolosa attraversata in barca che lo lasciò in Corsica per sfuggire ad una condanna a tre anni inflittagli dal Tribunale Speciale fascista. In Francia si rifugiò a Marsiglia, da dove tenne le fila del lavoro clandestino tra gli esuli italiani antifascisti.
Trasferitosi in URSS Barontini perfezionò le sue capacità militari presso i centri di addestramento dell’Armata Rossa, in particolare frequenta l’Accademia Frunze a Mosca, uscendone con il grado di Maggiore.
Il suo primo incarico con quel grado è in Cina, in appoggio al Partito comunista cinese di Mao. (Non esistono in proposito fonti documentarie certe) Sarà questa esperienza a metterlo per la prima volta in contatto con le tecniche della guerriglia ampiamente usate e sperimentate dai comunisti cinesi.
Nel 1936 Barontini si trovava in Spagna all’inizio della Guerra civile. Sostituì Randolfo Pacciardi, ferito nella battaglia di Guadalajara, dimostrando, a detta di Giovanni Pesce, altro capo storico delle Brigate Internazionali, capacità eccezionali di trascinatore militare.
Nel 1938 si trasferisce, su ordine di Giuseppe Di Vittorio, in Etiopia. Con lui c’erano anche altri esponenti dell’Internazionale Comunista: i cosiddetti “tre apostoli”: Barontini era Paulus, Bruno Rolla, della Spezia, era Petrus, e il triestino Anton Ukmar era Johannes. Il gruppo degli “apostoli” fondò il foglio La Voce degli Abissini, addestrò ed organizzò i ribelli etiopici fino al punto che il Negus “appioppò” a Barontini il titolo di “vice-imperatore”. Rodolfo Graziani mise una taglia su di lui, ma il Barontini riuscì a fuggire, ben accolto dal generale inglese Harold Alexander a Khartoum, che gli diede una decorazione per i meriti acquisiti nell’organizzazione della ribellione all’invasione fascista in Etiopia.
Nel momento in cui la Francia cadde sotto il controllo dei nazisti con l’inizio del governo Petain, Barontini è lì ad organizzare i nuclei di partigiani francesi della FTP, fidando sull’appoggio anche della classe operaia francese che mal sopportava gli occupanti tedeschi.
I partigiani francesi del Maquis utilizzarono nei combattimenti delle bombe soprannominate “Giobbe”, così chiamate dal nome di battaglia utilizzato in Francia da Ilio Barontini.
Quando Barontini tornò in Italia per partecipare alla lotta partigiana, assunse il nome di battaglia di “Dario”.
Organizzò le Sap e i Gap a Torino, a Milano, in Emilia, a Roma. Di lui parla con grande ammirazione Giorgio Amendola in Comunismo, antifascismo, resistenza. Anche Antonio Roasio, nel suo libro Figlio della classe operaia descrive le peregrinazioni fatte nel centro-nord della penisola da Ilio Barontini e del come insegnasse a gappisti e sappisti le sue tecniche militari apprese in tanti anni di battaglie, sui svariati fronti di crisi, (e forse anche dagli esperti istruttori dell’Armata Rossa): dall’uso di una bomba a mano al metodo più spiccio per far deragliare un convoglio.
Roasio lo ricorda come un uomo che aveva sempre appresso una vecchia borsa di pelle sgualcita con dentro panini, cose di uso normale e… candelotti di dinamite.
« scrive sempre Antonio Roasio (“Figlio della classe operaia”, Vangelista editore ) …..cioè a visitare le città dell’Italia centro-settentrionale per organizzare e far funzionare i gruppi gappisti. Studiava gli uomini, le loro caratteristiche, insegnava i primi elementi sulla costruzione di bombe a mano, bombe a scoppio ritardato, come far deragliare un treno, ecc… Aveva sempre con se’ una vecchia borsa sgualcita, che certa non poteva passare per quella di un avvocato. Un giorno gli chiesi che cosa custodisse tanto gelosamente: l’aprì, c’erano dei panini, alcuni oggetti personali e dei candelotti di dinamite. »
In Emilia diresse la lotta di Resistenza, in particolare a Bologna che era già praticamente liberata all’arrivo delle truppe alleate. Per la sua attività fu decorato con la Bronze Star ancora da Harold Alexander, mentre Giuseppe Dozza gli conferì il titolo di cittadino onorario della città di Bologna. L’Unione Sovietica gli conferì il prestigioso Ordine della Stella Rossa.
Prese parte all’assemblea costituiente e in seguito fu parlamentare della camera e del Senato.
Morì in un incidente automobilistico a Scandicci nel 1951 al ritorno dal congresso del partito. Con lui morirono anche Leonardo Leonardi e Otello Frangioni.

Anton Ukmar era nato in frazione Prosecco di Trieste da famiglia slovena nell’allora Austria Ungheria. Giardiniere del comune di Trieste nel 1916 e ferroviere dal 1921, aderisce al partito comunista. Nel 1927-1928 è trasferito a Genova nelle ferrovie e entra a far parte della cellula clandestina del Partito Comunista Italiano alla stazione di Genova Principe. Poi viene arrestato e bastonato dagli squadristi, poco dopo viene licenziato in tronco dalle ferrovie e trasferito a Prosecco col foglio di via. A Trieste entra nell’organizzazione clandestina slovena Borba e partecipa ad azioni di protesta contro la chiusura di asili e scuole dove si insegna la lingua slovena. Arrestato nuovamente, viene processato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato e poi prosciolto. Nel 1930 espatria a Parigi dove lavora presso la sede del PCI in esilio, nel 1931 partecipa come delegato al congresso del PCI a Colonia. Nel 1933 studia all’Università statale di Mosca. Nel 1936 viene mandato in Spagna durante Guerra Civile Spagnola e nel 1938 va a combattere in Catalogna. Nel 1939 è internato in Francia, e poi parte per la missione in Etiopia. Rientrato in Francia viene inviato a Genova nel 1944 come comandante dei partigiani Garibaldini della zona ligure. Nell’agosto 1944 diventa comandante della VI Zona Operativa Ligure con sede a Carrega Ligure in provincia di Alessandria. Vive tra Carrega Ligure e Fontanigorda. È presente stabilmente in val Borbera dal luglio 1944 per trattare con Franco Anselmi la sua entrata nella 3a brigata Garibaldi e per affidare nel gennaio 1945 a Erasmo Marrè la riorganizzazione della Brigata Arzani. Si distingue in combattimenti a Marsaglia in val Trebbia, alle Capannette di Pej tra Piemonte e Emilia-Romagna, a Cartasegna di Carrega Ligure e a Carrega Ligure. Nel maggio 1945 torna a Trieste e viene nominato dalle autorità jugoslave comandante della polizia jugoslava della Zona B del Territorio Libero di Trieste e poi nel 1955 diventa deputato al parlamento della Repubblica Socialista di Slovenia. Nel 1970 si ritira a vita privata a Capodistria dove muore nel 1978.

Domenico Rolla era nato ad Arcola (La Spezia) il 19 gennaio 1908. Di professione meccanico, fece parte dell’organizzazione comunista clandestina. Per la sua attività antifascista nel 1931 dovette espatriare in Francia.
Nel 1936 Rolla partecipò in Spagna alla Guerra civile in difesa della repubblica. Combatté a Pelausthan e a Cenicientos con la Centuria “Gastone Sozzi” e fu poi, come sergente del Battaglione Garibaldi, sul fronte di Madrid. Venne ferito a Casa de Campo nell’aprile del 1937. Rimessosi in sesto, combatté sul fronte dell’Ebro, col grado di tenente e lo pseudonimo di Bruno. Finita la guerrà ritornò in Francia, dove venne internato nei campi di Saint-Cyprien e di Gurs.
Rolla nel 1939 riusci a evadere, e fu inviato dal Comintern sul fronte della guerra di Etiopia in appoggio alla Resistenza locale. Qui si unì ad altri esponenti dell’Internazionale Comunista, i cosiddetti “tre apostoli”: Rollo era Petrus, il livornese Ilio Barontini era Paulus e il triestino Anton Ukmar era Johannes[1]. Il gruppo degli “apostoli” fondò il foglio La Voce degli Abissini ed addestrò e organizzò i ribelli etiopici.
Sconfitto, si rifugiò in Sudan e poi nuovamente in Francia, dove fu internato nel campo di Vernet. Nel momento in cui la Francia cadde sotto il controllo dei nazisti e si ebbe l’ascesa al potere del governo Petain fu consegnato alla polizia italiana, che lo destinò al confino. Immediatamente a seguito della caduta del Fascismo e dell’armistizio prese parte alla Guerra di liberazione come membro della Resistenza abruzzese, assumendo il nome di battaglia di “Carlo”.
Dopo la guerra continuò l’impegno politico nel PCI, dirigendo la federazione di Viterbo. Muore a Roma nel 1954.


Ilio Barontini
Roma, dicembre 1947. Da sinistra: Vittorio Bardini, Ilio Barontini, Walter Audisio e Francesco Moranino.
Allegato 1. Giovanni Pesce a colloquio con Ilio Barontini
Come nasce una bomba
Trascorrono tre giorni durante i quali lo stordimento seguito all’azione si attenua. Mi ritrovo pieno di fiducia e con maggiore coscienza critica. Non avevo ancora acquistato sufficiente esperienza per condurre una lotta in città dove si rischia cosi tanto e dove si richiede organizzazione, segretezza e tempestività; dove metodo, calma e decisione sono i tre fattori del successo. Sento bussare. Al di là dell’uscio la voce di Dante Conti mi risponde. Con lui è Ilio Barontini, il leggendario combattente di Madrid, di Guadalajara, il comandante che alla testa del battaglione Garibaldi colse la vittoria contro i legionari fascisti; uno dei pochi che in Abissinia fra i partigiani etiopi lottò contro gli invasori.
Barontini sorride e mi abbraccia. “Rimarrà da te alcuni giorni,” esclama Conti prima di andarsene. Barontini mi martella di domande: da quanti mesi sono a Torino, come mi sono organizzato, qual è il mio piano d’azione, come l’ho coordinato con la lotta generale delle masse popolari, se ho messo in piedi un minimo di apparato tecnico. Barontini mette a nudo le mie apprensioni, le mie insufficienze, i miei dubbi, le mie incertezze. Per due giorni sono rimasto ad ascoltarlo. Alla fine lo sgomento per la povertà dei mezzi, degli uomini, dell’organizzazione, la sorpresa, l’ira prendono il sopravvento e urlo che non ce la farò mai a svolgere tutto il lavoro da solo, senza uomini, senza neppure sapere confezionare una bomba. Barontini sorride.
“Se le bombe,” dice, “sono il tuo problema, è presto risolto,” Ma non si tratta soltanto di bombe.
“Parliamone adesso,” insisto.
E la miccia? Barontini prosegue: “ora t’insegnerò qualche cosa di più. Prendi appunti, anche se è contro le regole della clandestinità. Per costruire una miccia a combustione lentissima, che non faccia fiamma e che bruci silenziosamente: questa miccia (stoppino) non si trova in commercio.”
Barontini continua: “Prendi un filo comune da calza, preferibilmente bianco e di lino, perché inodore e meno fumogeno. Stèmpera 8 grammi di bicromato di potassa in cento grammi di acqua; lascia bollire dieci minuti il cotone, dopo di che lo lasci asciugare al buio. Poi prendi, ben asciutti, 40 fili di detto cotone, lunghi secondo la necessità e con un filo del medesimo cotone avvolgi i 40 fili facendo così un cordoncino che brucerà per mezzo centimetro al minuto. “
“Certo,” commento, “sembra veramente facile.”
“È facile,” prosegue Barontini, “se hai un amico fabbro.” Lo interrompo impaziente. Barontini prende un foglio di carta e una matita e mentre parla disegna sul foglio.
“Prendi un tubo qualsiasi, piccolo o grande, di ferro, di ghisa, di bronzò, perfino di alluminio, lo tagli a dieci, venti, quaranta centimetri; saldi ad una estremità un coperchio dello stesso materiale del tubo e al centro del coperchio pratichi un foro di un diametro di sei o sette centimetri.”
Mentre Barontini parla, continua a tracciare segni sulla carta e la bomba nasce sotto i miei occhi.
“La parte del tubo senza coperchio,” prosegue Barontini, “viene filettata per permettere di avvitarvi un altro coperchio, pure filettato per un paio di centimetri. Si ripone l’esplosivo nel tubo, si fa passare la miccia con il detonatore nel foro del, primo coperchio facendo in modo che il detonatore vada ad innescarsi nell’esplosivo. Alla fine si avvita il secondo coperchio e la bomba è pronta.”
“Sarà potente?” chiedo. “Quanto vuoi che sia, a seconda del diametro, della lunghezza del tubo e la qualità di esplosivo disponibile. Puoi preparare anche una bomba di dieci chili, venti chili, capace di distruggere una caserma.
“Non hai che da provare. Vai dal tuo amico fabbro. Costruisci la bomba e poi la esperimenti su uno degli obiettivi che vuoi buttare all’aria.”
“Certo che lo faccio,” rispondo. “…Se ne accorgeranno! Però non riuscirò a far tutto da solo, non ci sono uomini che mi aiutino, l’organizzazione non mi da una mano, i collegamenti non funzionano, non ci sono tecnici, non ci sono armi.”
Barontini mi lascia sfogare, sorride e tace. Poi mi aggredisce: “Le armi, le armi! E le tue bombe? Non sono forse armi potentissime per una guerra che si combatte nelle strade, fra le case, in mezzo alla gente? Non hai tecnici? E perché non lo diventi tu? Impara a confezionare bombe esplosive, poi imparerai a fabbricarti quelle incendiarie!
“Non ti bastano le bombe? Scendi in strada, di sera, con un martello, un bastone, un coltello, con qualcosa che serva ad uccidere. Togli le armi ad un repubblichino, ad un tedesco, ad un altro tedesco, ad un altro repubblichino: avrai armi per te e per i compagni che in questi giorni affluiranno ai GAP!”
Sono come sommerso, stordito dalla sicurezza tranquilla di questo uomo intelligente e buono. Mi incute rispetto, un grande rispetto, ma non voglio darlo a vedere.
“Il partito,” tento, “il partito non mi aiuta?…” •
“Sbagli,” esclama Barontini, “sbagli veramente di grosso. Sei tu il partito, siamo noi il partito e stiamo appunto aiutandoci l’un l’altro per combattere la lotta in cui sono impegnati tutti gli altri partiti dello schieramento antifascista, in cui è impegnato tutto il popolo italiano. È una battaglia che ha bisogno di tutti, le frazioni isolate non solo sono inutili ma spesso dannose. Devi tenerlo presente, ben presente.”
Sono interdetto: Barontini mi ha dato ragioni che sono certo di aver sempre saputo, senza essere mai riuscito ad esprimerle a me stesso.
Anche queste mi sembrano cose semplici. Dunque è vero: il partito non mi ha mai lasciato solo.
Barontini, uscito nel pomeriggio, rientra la sera con un pacco: “ecco la tua prima bomba, te l’ho preparata io. Non è stato difficile.” So già come la userò. Nella mia mente l’azione è chiarissima; particolare per particolare, secondo per secondo.
Due giorni dopo m’incontro con Andrea e Antonio. Passeggio con Andrea lungo il corso. Antonio entra nel locale gremito di tedeschi e fascisti. Di fronte al caseggiato c’è la ferrovia. Dopo una lunga attesa Antonio sopraggiunge: “ci sono dentro trenta tedeschi,” dice, “quasi tutti ufficiali e molti fascisti.” Ci avviciniamo. Tengo sotto il braccio il pacco con la bomba. L’ho confezionato in modo che la miccia spunti dall’involto. Sotto la finestra del locale Andrea si accende una sigaretta e, chinandosi verso di me, come a riparare la fiamma dal vento, avvicina la brace alla miccia. È buio. Seguo con gli occhi il punto rosso che sfrega leggermente contro la miccia. Sento il cuore battere con violenza. D’improvviso sprizza un leggero soffio di fuoco: la miccia è accesa. Alzo il pacco e lo appoggio al davanzale della finestra. Ci allontaniamo lentamente facendoci forza per non correre. Siamo già lontani sulle biciclette quando ci percuote lo schianto lacerante e terribile della mia prima bomba.
A casa, prima ancora che parli, Barontini legge sul mio viso l’impresa; mi abbraccia. “Bravo muchacho!” mi ripete, dopo otto anni…
da Giovanni Pesce, “Senza tregua – la guerra dei GAP”
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Allegato 2. Pietro Secchia commemora Barontini
C’è un’atroce ironia nella morte del nostro Ilio Barontini: quest’uomo che era un eroe di razza, audace sino alla temerità, questo combattente popolare di una grande causa di tutte le guerre giuste, che mille volte sfidò e sfiorò la morte, che sembrava avere il dono della invulnerabilità, quest’uomo doveva morire insieme ai suoi due compagni di fede, di Partito e di lavoro per tragica ironia della sorte in un disgraziato incidente automobilistico.
Non era certo questa la morte che Barontini aveva sognato, quando nelle battaglie di Arganda, di Madrid, di Guadalajara, conduceva arditamente i garibaldini italiani all’attacco contro le orde di Franco e dei nazifascisti, o quando in terra di Francia organizzava la resistenza contro l’invasore tedesco e diventava uno dei più noti comandanti dei Francs Tireurs Partisans, o quando passando di città in città in Italia, dopo l’8 settembre 1943, gettava le basi di quella mirabile organizzazione partigiana che egli contribuì più di ogni altro a creare, a fare agire e a condurre alla lotta e alla vittoria. Perché ad Ilio Barontini va il grande merito non solo di aver comandato tutte le forze partigiane dell’Emilia, ma egli è stato anche un organizzatore delle brigate gappiste, dei Gruppi di Azione Patriottica di tutta Italia, che furono le truppe di assalto partigiane, gli audaci fra gli audaci. I Gap erano i partigiani senza uniforme che agivano nelle città in aperto campo nemico, senza protezione, senza possibilità di ritirata, braccati continuamente dalla polizia, dalle S.S. fasciste.
Non era facile trovare dei gappisti; numerosi erano i giovani che andavano in montagna ad arruolarsi nelle file partigiane, ma meno numerosi erano i giovani disposti a combattere in città, in campo nemico.
La cosa si spiegava facilmente. Ci si sente più sicuri quando si combatte in una formazione militare in massa, quando si ha una base di operazione, una base di rifornimento, una o più vie di ritirata o almeno molte probabilità di averle, quando si combatte disponendo di armi e munizioni, se non pari a quelle del nemico, certamente in grado di opporre una valida azione di difesa o di offesa.
Non così era per i gappisti i quali non vestivano una divisa, non potevano portare un fucile o un mitra in spalla, non vivevano in una zona che offriva certe possibilità di salvaguardia date dal terreno e dalla popolazione stessa.
I gappisti vivevano in città, spesso sotto falso nome in una camera ammobiliata, in una casa dove quasi sempre non si conoscevano gli inquilini, senza armi pesanti, con scarse possibilità di aiuto.
Eppure di quali audace, di quali eroismi furono capaci i Gruppi di Azione Patriottica creati ed educati da Barontini.
Furono i Gap ad attaccare per primi i tedeschi ed i fascisti nella città, furono i Gap per primi a condurre con l’azione la lotta contro l’attendismo, furono i Gap a dare impulso e combattività alla guerra di liberazione.
Oh! Oggi è facile a certi signori clericali, liberali e simili, vantare di essere stati partigiani. Oh! Oggi sembra facile a certi signori poter dare a noi, dare ai comunisti, dare ai soldati ed ai compagni di Barontini, delle lezioni di patriottismo. Ma è nei giorni duri, nei tempi difficili, che si provano i veri patrioti.
Allora certi signori non approvavano le audaci azioni dei soldati di Ilio Barontini, non approvavano che si attaccassero i tedeschi, nelle città, nelle loro truppe in movimento, i loro comandi, i loro covi.
Allora non approvavano né i sabotaggi, né i colpi di mano, né le azioni audaci che colpivano il nemico di sorpresa alle spalle in casa sua, non approvavano la preparazione attiva e pratica dell’insurrezione nazionale.
Tutto questo disturbava certi signori, li disturbava nei loro affari, nella loro vita familiare, nei loro studi, nei loro intrighi, nei loro calcoli.
Ed il patriottismo di quei signori in quei giorni era molto tiepido. Essi dicevano: “Ma perché volete attaccare fascisti e tedeschi? lasciate stare, lasciate fare. Aspettiamo che vengano tempi migliori! Con questi vostri attacchi provocherete rappresaglie crudeli”. Sì, sapevamo, Barontini sapeva che i tedeschi erano crudeli, che le loro rappresaglie erano terribili, ma egli sapeva anche che senza quelle lotte audaci e senza quartiere non vi sarebbe stata guerra di Liberazione, non saremmo stati degni degli Eroi del Risorgimento Italiano, non avremmo conquistato il diritto di essere un popolo libero e indipendente.
Chi racconterà le epiche gesta, le azioni audaci di cui furono capaci i Gruppi di Azione Patriottica, i soldati di Ilio Barontini?
“Gli anni e i decenni passeranno – come è scritto sulla lavagna di un grande eroe, di Dante Di Nanni, uno dei migliori gappisti di Barontini -, gli anni e i decenni passeranno, i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheranno all’amore del loro Paese, all’amore della libertà, allo spirito di devozione illuminata per la causa della redenzione umana.”
Qualcuno vuole accusarci di usurpare il nome di Garibaldi, di avere dato abusivamente il nome di Garibaldi alle nostre formazioni partigiane, di aver adoperato il simbolo di Garibaldi nel corso di lotte elettorali.
Ma chi più di noi può richiamarsi a Garibaldi e tenere alta la sua bandiera?
Innanzitutto Ilio Barontini, come la grande maggioranza dei partigiani garibaldini fu un forte lavoratore, un uomo del popolo.
E Garibaldi fu genuino uomo del popolo.
Antonio Labriola disse un giorno: “Giuseppe Garibaldi fu uomo di popolo, e di quella parte del popolo che per abito di schiettezza, per sobrietà di vita e per onestà di costumi è la più incorrotta; nei suoi popolari istinti di amante della giustizia, di odiatore di privilegi, di difensore degli oppressi, di persecutore di ogni tirannide, rimarrà in perpetuo e come effige, il più nobile e persuasivo esempio di verace democrazia”.
In secondo luogo Ilio Barontini fu uomo di azione, e combattè sempre come i nostri partigiani garibaldini per una causa giusta. Perché ripeto è vero coraggio, è vero eroismo solo quello che è messo al servizio di una causa giusta. E Barontini tutta la sua vita lottò per una causa giusta.
Barontini fu disinteressato ed eroico in ogni suo atto, in tutte le sue azioni perché l’idea della giustizia era in lui profondamente radicata, perché il Socialismo era la sua grande fede. Il suo forte amore per la patria scaturì da questa sua profonda fede, da questa sua grande aspirazione alla giustizia, alla libertà, al socialismo.
Ilio Barontini, come Otello Frangioni, come Leonardi, come i nostri migliori garibaldini, come i nostri più fedeli comunisti, non lottò solo per liberare l’Italia dall’invasore straniero, ma il suo fervente amore di patria seppe dimostrarlo anche nelle lotte per liberare il popolo italiano dai suoi nemici interni, dai suoi oppressori.
Così pure Garibaldi fu il rappresentante più duro, più popolare della lotta per l’indipendenza nazionale, Garibaldi lottò, allo stesso tempo, per la libertà e la giustizia sociale.
Garibaldi combattendo contro gli Asburgo ed i Borboni non combatteva solo per fare unita e indipendente l’Italia, ma combatteva per liberare il popolo dalla schiavitù feudale, dall’oppressione tirannica, combatteva per liberare il popolo da un esoso sfruttamento, dal bisogno e dalla miseria. Tant’è che dopo il 1860, deluso per la politica reazionaria che i governi d’Italia continuavano, deluso e rammaricato per l’esoso sfruttamento cui era sottoposto il popolo italiano ed in modo particolare i contadini dell’Italia Meridionale, Garibaldi dette le dimissioni da deputato ed alla madre di Cairoli che lo pregava di ritirare le dimissioni, Garibaldi scriveva:
“Mi vergogno di avere contato per tanto tempo nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del Paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione. Lunga è la storia delle nefandezze perpetrate dai servi di una mascherata tirannide, e longanime troppo la stupida pazienza di chi li tollera. E voi donne di alti sensi e di intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni, chiedete ai vostri cari superstiti delle benedizioni, con cui quelle infedeli popolazioni salutavano ed accoglievano i loro liberatori. Ebbene esse maledicono oggi coloro che li sottrassero al giogo di un dispotismo per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame”.
“Ho la coscienza – continuava Garibaldi – di non aver fatto male; nonostante non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate dai popoli che mi ritengono complice della spregevole genia, che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore, là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.
Garibaldi pensò sempre che “la libertà politica – sono sue parole – doveva essere il mezzo per risolvere la giustizia sociale”.
Per Ilio Barontini, come per la maggioranza dei partigiani conquistare l’indipendenza dell’Italia non significava solo cacciare il tedesco, ma significava spezzare le redini al fascismo e cioè proprio a quei gruppi del grande capitale finanziario che costituivano l’essenza del fascismo.
La lotta per l’indipendenza e la lotta per la libertà erano per Barontini e per noi inscindibili. Non avremmo potuto combattere contro lo straniero se non avessimo combattuto nello stesso tempo per la libertà e per la democrazia.

Brani tratti da un discorso pronunciato a Livorno, a due anni dalla morte di Ilio Barontini, da Pietro Secchia vice segretario del PCI. Livorno 1952
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Una mostra. Karat Konso Etiopia, marzo 2011.

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Inaugurazione del Centro Culturale Konso. 5 marzo 2011

Si è svolta lo scorso 5 marzo a Karat Konso (550 Km a sud di Addis Ababa) l’inaugurazione del Centro Culturale Konso alla presenza di circa un migliaio di rappresentanti dei villaggi circostanti, delle autorità regionali, dei rappresentanti del Ciss (committente dell’opera), dei rappresentanti dell’Ambasciata italiana di Addis Ababa e dell’ambasciatore dell’U.E. s.e. Marchal.
La manifestazione che si è svolta tra le danze di rappresentanti delle tribù è culminata con il coronamento dei tukul secondo un antico rito risalente alla tradizione del popolo Konso.

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Una costruzione nel sud dell’Etiopia

Il progetto del Centro Culturale Konso.

foto di Gaspare Sciortino

Il Centro Culturale Konso è stato realizzato nella zona a sud della regione dei laghi della Rift Valley etiope, presso la cittadina di Karat Konso.

La progettazione esecutiva è stata curata dal sottoscritto sulla base del progetto preliminare dell’ing. Enrico Castelli, responsabile del C.I.S.S. Etiopia (Cooperazione Internazionale Sud Sud), che ne ha anche diretto, con la mia collaborazione saltuaria secondo la possibilità di recarmi in loco, la fase di edificazione.

disegni di progetto nelle tavole della mostra presentata in occasione dellinaugurazione dell edificio lo scorso 5 marzo del 2011 a Karat.

la pianta dell edificio

sezioni prospettiche e particolari costruttivi.

Il progetto è stato concepito all’interno di parametri di riferimento nettamente delineati frutto dell’analisi del sito in stretto rapporto alle capacità tecniche e possibilità economiche a disposizione.

Un primo ambito di riferimento riguarda la storia: il rispetto o per meglio dire la riscoperta delle forme dell’architettura tradizionale etiope precedente l’avvento del cemento armato e precedente la pur pregevole architettura del razionalismo coloniale italiano.

Quest’ultima infatti in ambito etiope non provò neanche alcun tentativo di mimesi o adattamento al contesto del paese colonizzato come al contrario risulta dalla vasta produzione in ambito libico.

L’opera di “colonizzazione architettonica” fu infatti totale rispetto al contesto storico, sociale e culturale del paese.

Il razionalismo italiano e il dibattito architettonico più generale che in maniera più o meno surrettizia e in stretto rapporto con le esigenze politiche si sviluppò nella seconda metà degli anni venti in conseguenza dell’occupazione italiana della libia sulle forme dell’architettura “mediterranea” non ebbe un’analoga “attenzione” in riferimento all’occupazione dell’Etiopia (ma anche di tutto il corno d’Africa ).

Nei fatti vennero importati modelli e tipologie “metropolitani” o tuttalpiù, in alcuni casi, valsero i riferimenti già sperimentati nella colonia nord africana.

Questa riscoperta delle forme dell’architettura etiope precedente la colonizzazione italiana intende agire sulla ricostituzione del legame tra l’oggetto architettonico, il luogo e la storia. Intende cioè indagare sulle possibilità offerte a chi vuole praticare una controtendenza rispetto agli effetti della “globalizzazione” in campo edilizio quando a questa segue l’omologazione delle forme architettoniche.

Un secondo ambito di riferimento e delimitazione del progetto riguarda l’economicità, conseguente alle scarse risorse a disposizione per la realizzazione dell’opera (si consideri che per la realizzazione è stata impiegata una cifra con la quale in Italia difficilmente si riesce a ristrutturare un appartamento di medie dimensioni).

Ma tale dimensione piuttosto che diventare una limitazione delle caratteristiche e qualità dell’opera è stata assunta come connotato qualificante a maggior ragione in un paese dove qualsiasi forma di spreco di risorse è incontestabilmente una forma di separatezza nei confronti delle esigenze prioritarie della maggioranza della popolazione.

Il terzo parametro di riferimento riguarda la tecnica.

L’elementarietà dei processi costruttivi, in un territorio privo di mezzi tecnici moderni e dove è estremamente difficile il reperimento delle più semplici attrezzature da cantiere (Addis Ababa dista più di 550 Km da Konso) diventa quindi l’elemento che caratterizza non solo la conduzione delle fasi lavorative ma anche il prodotto finale e naturalmente la sua forma.

Nei fatti, tenendo conto di impiegare nella realizzazione prevalentemente gli abitanti dei villaggi Konso, il progetto architettonico produce un oggetto che, basandosi sulla tradizione costruttiva locale, sulle sue tecniche riconosciute e sedimentate nella storia, viene riconosciuto come non estraneo ma al contrario capace di instaurare una relazione proficua con l’ambiente circostante.

L”edificio principale, la Casa della Cultura, richiama nella forma i primi edifici edificati nella storia della fondazione di Addis Ababa e della costruzione dello stato moderno.

Vi è inoltre un evidente richiamo alle architetture di fine ottocento della capitale etiope dove lo stile eclettico internazionale si è ibridato in una suggestiva sintesi compositiva con gli elementi dell’architettura del vicino oriente indiano e islamico dando vita all’Addis Ababa style.

Ankober ultima capitale etiope prima della fondazione di Addis Ababa. Vista del ghebbi imperiale alla fine dell800. Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

Esempio dellAddis Ababa style. Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

"Addis Ababa style". Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

Addis Ababa Style. Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

Addis Ababa style. Foto di Gaspare Sciortino.

Addis Ababa style. Foto di Gaspare Sciortino.

Addis Ababa style. Foto di Gaspare Sciortino.

Addis Ababa style. Foto di Gaspare Sciortino.

Addis Ababa style. Foto di Gaspare Sciortino.

Addis Ababa Style. Il ghebbi imperiale di Addis Ababa. Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

La pianta dell’edificio ha una forma ellissoidale con l’asse maggiore di 33 metri e quello minore di 18.

Parecchi edifici di Addis Abeba, alcuni di essi peraltro ancora esistenti, avevano una forma ovale che corrispondeva alla fase di passaggio dal tukul circolare alla pianta squadrata delle architetture più moderne.

costruzione di tukul tradizionali a pianta circolare. Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

Tipo a pianta ovale in muratura. Il passaggio dalla pianta circolare alla costruzione a forma ovale o squadrata denotava lo "status" del proprietario. I ras, i capitribù costruirono le case più complesse, ricche e finemente decorate. Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

tipo "square". Foto tratta da: "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1886-1941" di Giorghis e Gerard. Shama books, Addis Ababa 2007.

La struttura portante è realizzata con una doppia orditura di pilastri in pali di barzaf dal diametro di 20-30 cm. (pali in legno di eucaliptus), disposti all’interno dell’edificio fondati su una piastra in cemento, parallelamente al perimetro murario.

La muratura esterna precedentemente concepita in “cikka” (terra cruda, paglia fine e sterco) come i tukul tradizionali dei villaggi konso è stata realizzata in laterizio di pomice-cemento intonacato a causa dell’opposizione dei funzionari della Woreda (amministrazione regionale) per una malintesa concezione di modernità.

La doppia orditura di pali in barzaf regge un sistema di travature reticolari, realizzate artigianalmente con elementi tubolari di sezione rettangolare in acciaio verniciato, allo scopo di collegare i pali tra di loro e reggere la struttura della copertura.

Sulle travi reticolari è fissata una prima orditura di barzaf dal diametro più grosso per costituire l’intelaiatura delle travi portanti e sovrapposta ortogonalmente una seconda orditura di arcarecci dal diametro più fine. Sugli arcarecci è fissata una stuoia in elementi di canne intrecciate.

La copertura ha la forma di un cono schiacciato e allungato sull’asse maggiore dell’ellisse e presenta una stretta finestratura intermedia per assicurare il ricambio e la circolazione dell’aria come nella tradizione di Addis Ababa. Essa è realizzata in lamiera ondulata e verniciata.

Infine la muratura esterna intonacata e pitturata secondo modelli geometrici di decoro della tradizione del tukul prevede che tutte le aperture, sia le porte che le finestre, siano schermate all’azione dei raggi solari dalle “musciarabie” come nella tradizione islamico-indiana presente nelle case storiche delle più importanti città etiopi.

Un lato della costruzione ospita un loggiato tradizionale in pali di barzaf e balconata in legno come nelle ville di Addis Ababa.

Sono evidenti anche i richiami alla tradizione costruttiva della tradizione dei villaggi del sud Etiopia.

Infatti il tipico tukul konso è edificato in cikka, ha forma circolare e la copertura è sorretta da un palo centrale in barzaf.

In prossimità della cima del palo una raggiera realizzata in elementi di barzaf più sottili, come la struttura di un ombrello, regge l’incannucciato e la struttura dei travetti del tetto a cono che è realizzato con uno spesso strato di paglia.

capanne konso nel villaggio di Mechelo. Foto di Sergio Cipolla.

la struttura della capanna konso. Foto di Gaspare Sciortino

Dai primi del ‘900, negli edifici più importanti del corno d’Africa come per esempio le chiese del lago Tana, la copertura in paglia è stata integrata o a volte completamente sostituita dalla copertura in lamiera e ciò in relazione all’apertura del canale di Suez che rese possibile il commercio di grandi quantitativi di lamiere corrugate dalle acciaierie europee.

Il centro ospita una sala cinematografica, un’aula didattica attrezzata per la multimedialità, una hall centrale con funzione di biblioteca e internet point.

Su un lato dell’edificio, con affaccio esclusivamente sull’esterno sono ricavati alcuni piccoli negozi per l’artigianato konso.

Sull’esterno dell’edificio della casa della cultura sono stati edificati quattro tukul tradizionali atti ad ospitare mostre ed oggetti artigianali konso.

Gaspare Sciortino .

marzo 2011

Vista dall alto del Centro Culturale Konso. Foto di Gaspare Sciortino.

Il Centro e le capanne tradizionali Konso adiacenti. Foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

la hall dell edificio. Foto di Gaspare Sciortino

foto di Gaspare Sciortino.

la sala cinema. Foto di Gaspare Sciortino

scorcio della sala conferenze. Foto di Gaspare Sciortino

Il portico. Foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

L edificio visto dalla strada che conduce al centro di karat. Foto di Enrico Castelli

fasi dei lavori. Scavi e spianamento del terreno ad opera di squadre di lavoratori dei villaggi konso. Foto di Gaspare Sciortino

scavi... Foto di Enrico Castelli

...e danze. Foto di Enrico Castelli

foto di Enrico Castelli

Fondazioni. Foto di Enrico Castelli.

Fondazioni. Foto di Enrico Castelli

costruzione delle travi in acciaio presso la città di Awasa. Foto di Enrico Castelli

Foto di Enrico Castelli.

scelta e trasporto dei pali in legno di barzaf (eucaliptus). Foto di Enrico Castelli.

costruzione di una gru "artigianale". Foto di Emilia Orlando.

montaggio delle travi ad anello. Foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Enrico Castelli

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

foto di Gaspare Sciortino.

Foto di Enrico Castelli.

costruzione delle capriate. Foto di Enrico Castelli.

Foto di Enrico Castelli.

montaggio dei traversi del tetto. Foto di Enrico Castelli.

montaggio del tetto. Foto di Enrico Castelli.

foto di Enrico Castelli.

pausa pranzo. Foto di Enrico Castelli.

foto di Enrico Castelli.

preparazione dei pigmenti per gli intonaci. Foto di Enrico Castelli.

Lavoratori. Foto di Enrico Castelli.

Foto di Gaspare Sciortino.

Foto di Gaspare Sciortino.

La regione dei villaggi konso. Il mercato di Duro. Foto di Gaspare Sciortino

Addis Ababa alla sua fondazione nel 1896. Il mercato di Arada. Foto tratta da "The city and its architectural heritage. Addis Ababa 1896-1941" di Giorghis e Gerard, Shama books, Addis Ababa 2007.

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