I comunisti e i guerriglieri del Negus

 Un episodio della resistenza antifascista in Etiopia, 1938-39.
Un’impresa avvolta nel mistero e della quale si hanno solo notizie frammentarie.
Qualche decennio fa il senatore del PCI Giancarlo Pajetta, intervistato sull’argomento, precisò che non fu mai trovato il diario del principale protagonista dell’impresa.
…di quella vicenda e del fatto che là aveva trovato persino un comunista etiopico, ci disse di averne scritto nelle sue memorie. Doveva essere un racconto affascinante: dopo la sua morte cercammo il manoscritto per mezza Italia. Non lo trovammo e perciò restammo col dubbio che lo avesse scritto davvero. Si fece ogni sforzo ma nessuna delle donne che avrebbe potuto averlo avuto in consegna – e che, essendo assai numerose, rendevano la ricerca imbarazzante e non facile – fu in grado di farcelo ritrovare” (Giancarlo Pajetta, Il ragazzo rosso, Mondadori, Milano 1983).
Il mistero riguarda la missione (o forse più di una, certamente un paio) che nel 1938 un piccolo gruppo di comunisti, di quelli che fondarono il partito in Italia, compirono nell’Etiopia soggetta al tallone di ferro delle truppe d’occupazione italiane.
Tra di essi Ilio Barontini, un comunista le cui gesta in tre continenti rimangono leggendarie, ma note solo quelle in Europa.
Ancora una decina di anni fa era possibile incontrare ad Addis Ababa, presso il cimitero dei reduci a ridosso della chiesa mausoleo consacrata alle spoglie di Hailè Selassie, proprio sulla collina alle spalle del Ghebbi (palazzo) imperiale che fu di Menelik, gli ultimi reduci ottantenni-novantenni arbagnuocc che cacciarono i fascisti italiani dalla loro patria.
Ad un giornalista italiano uno di questi fieri e poverissimi vecchietti, che amavano stazionare presso il loro circolo di reduci indossando sempre l’uniforme color kaki della guerra italo-etiope, fece questa dichiarazione: “sì… c’era un italiano che ci insegnava a sfottere
i fascisti… in italiano». A riparlarne gli vien da ridere, al veterano etiope in divisa kaki.
«Lui stava col nostro esercito, Paolo si chiamava. Me lo ricordo perché c’era la taglia col suo nome». Che faceva? «Ci mandava di notte sotto le mura dei fortini, a gridare a squarciagola». Cosa urlavate? «Le vostre mogli se la spassano con i gerarchiiii!». E poi? «Gridavamo in eritreo, agli ascari collaborazionisti: le vostre se le fanno gli italianiiii!». Abboccavano? «In cinque minuti scoppiava il pandemonio. I fascisti aprivano le porte e uscivano per farci la pelle. Noi scappavamo come lepri in una gola tra i monti. E lì c’era l’imboscata». «Aveva gli occhi folli» narra il veterano, sbarrando le pupille, come posseduto dal grande spirito. Ed evoca la leggenda clandestina del combattente di Spagna, Etiopia e Italia, che morì senza lasciar nulla di scritto. “Paulus” l’imprendibile, che insegna agli africani la guerra psicologica e l’uso delle mine, ciclostila giornali, obbliga le formazioni rivali a combattere unite, trasmette gli ordini del Negus…” (Paolo Rumiz, La Domenica di Repubblica, 30 aprile 2006)
Il 3 ottobre del 1935 l’italia fascista cominciava l’invasione dell’Etiopia con un dispiegamento di forze pari soltanto a quello che sarebbe stata messa in campo, in seguito, in Vietnam dagli Usa.
In totale 400.000 uomini, tra esercito e civili di supporto, al comando di De Bono, prima, e successivamente di Badoglio e Graziani. La stessa coppia di “professionisti” che avevano operato in Libia (Graziani già in quella data si sarà assicurato l’appellativo di “macellaio di Libia”).
L’Italia utilizzò abbondantemente gas urticanti (iprite) e asfissianti (fosgene) per avere ragione sbrigativamente dell’esercito etiope, producendo dei veri e propri genocidi anche presso la popolazione civile.
Era il coronamento della politica coloniale italiana cominciata nel 1869 dall’Italia liberale con l’acquisto del porto di Assab, nel mar Rosso, e attuata sempre sotto l’ala protettiva della predominante potenza inglese in tutti i suoi passaggi: dalla conquista dell’Eritrea con conseguente primo tentativo di penetrazione in Abissinia bloccata dalla sconfitta di Adua del 1896, a quella della Somalia, allo sbarco in Libia nel 1911, con il tacito consenso della Francia e come retroguardia per parte inglese nel conflitto con l’Impero della Sublime Porta, alle isole del Dodecanneso.
Il fascismo darà nuova energia ai propositi coloniali italiani, sostituendo al precedente apparato retorico di un “risorgimento” che travalicava i confini nazionali, la una nuova cornice ideologica del diritto “al posto al sole”, come per tutte le grandi nazioni, anche per la “grande proletaria” che avrebbe così compiuto il suo destino di ricostituzione dei miti e dei fasti della civiltà di Roma.
Purtuttavia gli aggressori non avranno mai piena ragione del territorio dell’Etiopia nella sua interezza. A parte le città e le zone limitrofe, nelle quali in soli cinque anni si comincerà a costruire il nuovo volto dell’impero d’Africa, con una dispendiosa e sistematica politica d’insediamento, economica, urbanistica e sociale, corrispondente al keynesismo fascista di guerra, il resto del paese è preda delle azioni di resistenza delle aristocrazie Amhara e Tigrina il cui spirito nazionalista si salda con la tradizionale azione degli sciftà (banditi secondo la lunga tradizione tribale corrispondente ad un’antico sistema di sussistenza economica etiope).
L’esercizio del potere da parte del fascismo in Etiopia non brillò mai per lungimiranza. Non vi fu mai alcun tentativo di cooptare le vecchie aristocrazie al potere, anzi nei loro confronti il generale Graziani, che sarà il primo governatore italiano, avrebbe messo in atto opere di vera e propria persecuzione e genocidio, come quella relativa all’episodio di Debre Libanos.
Prima dello scoppio del conflitto gli appelli del Negus Haile’ Sellassiè erano rimasti inascoltati da parte della Società delle Nazioni , organismo di cui l’Etiopia, unico tra gli stati africani, faceva parte in virtù di un’abile politica di mediazione, nei cento anni precedenti, attuata giostrandosi tra gli appetiti coloniali delle grandi potenze. Menelik II era riuscito a mantenere l’indipendenza dello stato africano, oltrechè con la vittoria nella battaglia di Adua, che costituirà un monito per gli stati europei, anche avendo dato forma e direzione al nazionalismo delle storiche aristocrazie abissine in quella vasta porzione del Corno d’Africa. Il suo successore,Hailè Sellassiè, si ritrovò viceversa a dirigere l’impari resistenza all’avanzata delle truppe italiane e prima della caduta di Addis Ababa (5 maggio 1936), ad opera della Colonna Badoglio, e di Harar da parte della Colonna Graziani, abbandonò il paese.
Le democrazie liberali europee erano impegnate a non disturbare il regime fascista e spingere quello nazista contro l’Urss.
L’Internazionale Comunista raccolse l’appello del Negus con la consapevolezza che solo una guerra di posizione su tre continenti, facendo leva sulle lotte di liberazione dei popoli, poteva bloccare ed infine sconfiggere l’avanzata dell’imperialismo nazista e di quello fascista. Ad essi le potenze capitaliste “liberali” opponevano il semplice “minuetto” della diplomazia, tradimenti di campo e sperimentazioni di nuove effimere alleanze geopolitiche nella convinzione di non essere travolte dal nuovo imperialismo emergente.
Per l’URSS, viceversa era ben chiaro, avendo solo da pochi anni annientato l’accerchiamento degli eserciti occidentali, sul proprio territorio successivo alla Rivoluzione d’Ottobre, che l’imperialismo stava marciando inesorabilmente verso un nuovo micidiale conflitto mondiale nel quale essa stessa rischiava di soccombere.
L’unica risorsa a disposizione era la lotta internazionalista dei popoli ed una sapiente disarticolazione dell’unità del fronte avversario come fase necessaria per l’accumulazione delle forze, economico-produttive e militari, per reggere lo scontro finale.
Di fatto le sorti dell’URSS e del futuro dei popoli liberi erano indissolubilmente legate.
In Europa l’insipienza, quando non la complicità, delle diplomazie delle democrazie liberali aveva imposto un’embargo pilatesco all’invio di armi e sostegno economico alla nascente Repubblica Socialista di Spagna che avrebbe favorito la sua sconfitta ad opera delle truppe di Hitler e Mussolini accorse a sostegno di Franco mentre, dall’altro lato, solo L’URSS era entrata in campo a difesa della Repubblica con l’invio di armi, denaro e la creazione delle brigate internazionali.
Nell’estate del 1935 il VII congresso dell’Internazionale Comunista aveva varato la tattica dei Fronti Popolari prendendo atto dell’isolamento dell’URSS sul piano internazionale. A fronte della battuta d’arresto della rivoluzione in Europa (la sconfitta di quella tedesca ecc.) emergeva nel campo imperialista un pericolo ben maggiore di quello fino ad allora rappresentato dal capitalismo delle democrazie liberal-borghesi: il fascismo e il nazismo come sintesi tra gli appetiti imperialisti della grande finanza internazionale, lo spirito eversivo e reazionario delle vecchie e nuove borghesie nazionaliste e l’emergere, come fenomeno di massa, dei ceti medi subordinati che reclamavano il proprio protagonismo. La politica dei Fronti popolari favorirà l’alleanza con tutte le forze di sinistra e progressiste nei vari paesi, come infatti in Spagna e Francia, dove per effetto dell’unità elettorale dei Partiti Comunisti, di quelli Socialisti, degli Anarchici e del resto della sinistra erano arrivati al governo coalizioni rappresentative del proletariato e delle masse subordinate.
I comunisti arrivarono anche ad attuare alleanze con forze genuinamente borghesi, per quanto schierate su posizioni oggettivamente progressiste e antimperialiste per via della loro collocazione nello scacchiere geopolitico internazionale.
E’ quello che succede ad oriente dove i comunisti fanno fronte comune con il KMT di Chiang Kai-Shek che rappresentava ancora (non senza contraddizioni che esploderanno in seguito in tutta la loro drammatica essenza) l’esperienza democratico borghese della repubblica di Sun Yat Sen del 1912, ed era in grado di opporsi all’invasione delle truppe dell’Impero del Sol Levante.
Purtuttavia la direzione di Dimitrov dell’Internazionale Comunista era estremamente chiara sul carattere contingente, antifascista e antimperialista, delle nuove alleanze. La rivoluzione sociale non era rimandata ma semplicemente si prendeva atto che quella dei Fronti Popolari fosse la tattica migliore, nel nuovo e mutato quadro dello scontro interimperialistico che avrebbe portato inesorabilmente all’esplosione di un nuovo conflitto a carattere globale, per favorirne il percorso.
Tale nuovo ambito di riferimento dei comunisti creerà il presupposto per aggregazioni e unità d’intenti fino a quel momento inediti. Ciò avverrà, ad esempio, nell’Africa Orientale.
Nello scacchiere dell’Africa orientale, infatti, i servizi segreti inglesi e francesi erano arrivati alla determinazione che era necessaria qualche forma di azione pur semplicemente per difendere le proprie adiacenti colonie, rispettivamente, di Sudan e Kenia, e della Cote Francais des Somalis che rischiavano di soccombere se non si fosse bloccato il protagonismo italiano che fino a quella data la stessa Gran Bretagna aveva agevolato nella regione in funzione antifrancese.
…“In un rapporto segreto, verso la fine del 1936, il capo della Section d’Etudes di Gibuti, De Jonqueries, così scrive: << Se si vuole in caso di conflitto con l’Italia tentare di salvare Gibuti (…) il metodo migliore consiste nel portare la rivolta nel cuore dell’Africa Orientale Italiana>> Esponendo il suo piano, De Jonqueries lo articola in quattro punti: 1: preparazione politica, in stretto collegamento con i capi con i quali siamo in contatto. 2. propaganda clandestina, destinata a mantenere in Etiopia uno stato di ostilità latente. 3. Appoggio ai movimenti di rivolta attuali (sostegno finanziario ai capi ribelli e facilitazioni per il contrabbando d’armi). 4. Costituzione di bande sul nostro territorio (stoccaggio di armi e censimento dei patrioti rifugiati).Questo progetto di guerra sovversiva è approvato dal governo di Parigi (il governo del Fronte Popolare del socialista Leon Blum che da li a poco sarebbe arrivato al suo termine) e verso la fine del 1937 vengono stabiliti regolari contatti con Abebe Aregai e con Gherarsù Duchì. Ma gli italiani sorvegliavano scrupolosamente le frontiere con la Costa dei Somali rendendo estremamente difficile il rifornimento di armi ai ribelli. Ciò obbliga i francesi a prendere in considerazione l’opportunità di agire a partire dal Sudan anglo-egiziano, che confina con le regioni più ostili al dominio italiano e perciò più facili da attraversare. Nell’aprile del 1938 il ministro delle Colonie, Georges Mandel, e il generale Buhrer prendono contatto con l’Alto Comando britannico per organizzare al più presto un’azione comune in Africa Orientale. Il momento, però, non è molto propizio, poiché gli inglesi stanno per firmare con Roma l'<Accordo dei due Imperi> e mai come in questo periodo essi corteggiano l’Italia nella speranza di incrinare l’asse Roma-Berlino.
L’intesa viene perciò raggiunta soltanto nella primavera del 1939, quando ormai l’Italia è considerata irrecuperabile e lo scontro inevitabile…( Angelo Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol.III).
Nel giugno ad Aden viene raggiunta un’intesa tra il generale Le Gentilhomme, comandante delle truppe di stanza nella Cotè Francais des Somalis e il comandante in capo delle forze britanniche del medio oriente circa la costruzione di un comando unificato e per il sostegno ad una rivolta generale in Etiopia tramite ogni azione atta a favorire lo sviluppo spontaneo della resistenza in vista di un attacco degli alleati contro gli italiani. E’ in questo scenario che matura la decisione della missione in Etiopia dei comunisti italiani.
L’inimmaginabile, soltanto poco tempo prima, unità d’intenti con forze tradizionalmente collocate sul campo politico opposto, fa maturare nel Partito Comunista d’Italia, d’accordo con l’Internazionale Comunista, la decisione di organizzare una missione.
Ciò fu reso possibile da una straordinaria azione di diplomazia tra i servizi segreti di Francia e Inghilterra da un lato, di Di Vittorio, Grieco e Berti per l’Internazionale e il Partito Comunista d’Italia e Tede Uolde Hawariat ultimo rappresentante etiope presso la Società delle Nazioni.
La singolarità di questo evento mette insieme gli apparati di intelligence di due potenze imperialiste, i rappresentanti di uno stato spodestato, dalla millenaria natura confessionale e teocratica, e alcuni militanti di uno dei più importanti partiti comunisti occidentali.
In una riunione avvenuta a Parigi furono consegnati, come credenziali per i comunisti, delle lettere con i timbri e la firma dell’imperatore Hailè Selassiè.
C’è da dire che già nel 1937 tra i comunisti impegnati nella resistenza repubblicana spagnola al fascismo era già circolata l’ipotesi di un intervento in Abissinia. Da una testimonianza di Anton Ukmar raccolta da cesare Colombo per conto dell’Istituto Gramsci risulta che già allora Ilio Barontini parlasse dell’opportunità di inviare una missione delle Brigate Internazionali.
Paolo Spriano nel III volume della “Storia del Partito Comunista Italiano (Einaudi, Torino 1970) riporta il verbale di una riunione della segreteria del partito dell’8 dicembre 1938 : “…Dopo prende la parola il compagno in questione (Nicoletti), esponendo il suo piano di lavoro. Tutte le decisioni dovranno venire realizzate nei prossimi giorni. Entro la fine di gennaio il Partito dovrà trovare ancora tre o quattro elementi che possono raggiungere in Etiopia il compagno che parte.
Nei fatti si decise per due missioni, la prima ad opera di Barontini.
Pertanto già prima della conferenza di Aden vengono inviati in Etiopia due quadri politici che avevano avuto un ruolo rilevante nella guerra di Spagna: lo stesso Barontini e Paolo De Bargili.
Entro breve tempo la missione fu pronta a partire e i due compagni assunsero per l’occasione due pseudonimi di origine religiosa, probabilmente per essere meglio accettati tra gli etiopi estremamente suggestionabili (o almeno così credevano gli italiani) nella loro tradizione religiosa cristiano-ortodossa: Barontini era Paulus e De Bargili Joannes.
Fabio Baldassarri che recentemente ha curato una biografia di Ilio Barontini servendosi anche di testimonianze di compagni livornesi, cioè concittadini di Barontini che avevano appreso notizie sul suo conto dal medesimo protagonista delle stesse, parla soltanto di Paulus ovvero pertanto solo di Barontini che, nell’approssimarsi della data della partenza visse un periodo di isolamento in un’abitazione francese al fine di farsi crescere la barba e operare qualche altro cambiamento di connotati. (Fabio Baldassarri, Ilio Barontini un garibaldino del ‘900, Teti editore)
Intanto la polizia fascista e i servizi segreti di mezzo mondo già da tempo erano sulle tracce di un tal Paul Langrois del quale si comincia a paventare la presenza in Etiopia. Per il generale della PAI (Polizia dell’Africa Italiana) Marraffa è Paolo De Bargili, ma in realtà ancora oggi la sua vera identità è avvolta dal mistero. Per il dirigente comunista Anton Ukmar, da una testimonianza del dopoguerra, sarebbe invece il dirigente comunista Velio Spano ma successivamente sarà smentito da Giorgio Amendola e dalla stessa moglie di Spano, che pur ammettendo la presenza di Spano in Egitto in quel periodo nega che egli sia stato anche in Etiopia. In effetti Velio Spano era stato in Egitto, ma nel 1935, e della sua azione, o tentativo di azione, se ne ha traccia presso l’Archivio Storico del Ministero degli Affari Esteri (ASDMAE), Ministero dell’Africa. Da un’informativa di polizia del Tenente Colonnello Princivalle al Governo dell’Eritrea (Asmara 19 febbraio 1935), si apprende che il 27 dicembre del ’35 furono trovati a Suez dentro a tre scatole di tabacco, alcuni volantini antifascisti in italiano.
Era un primo tentativo di azioni di propaganda del PCdI rivolta alle truppe dell’esercito italiano che passavano da Suez per dirigersi verso il porto di Massaua, nella colonia Eritrea, per dare inizio all’invasione dell’Etiopia.
Per altri Paul Langrois sarebbe una delle tante identità assunte dallo stesso Barontini. La confusione su questo punto è massima! E questo non è casuale.
Non è casuale che anche tra i dirigenti comunisti le informazioni e le testimonianze su quei fatti, che rimanevano alla fine del conflitto, fossero episodiche e spesso contraddittorie. Ciò dipende dalla formidabile struttura leninista clandestina del partito, forgiato in periodo fascista nella clandestinità e come “struttura d’avanguardia del proletariato composta da rivoluzionari di professione”, che non consente la conoscenza di fatti ed azioni se non ai componenti delle cellule strettamente interessate ed a pochissimi altri nelle strutture di collegamento che, tuttavia, non conoscono, eccetto un contatto, gli altri componenti delle cellule stesse.
I due comunisti prendono contatti con i servizi segreti britannici e, con gli emissari di Hailè Selassiè. Partiti dalla Francia attraversano l’Egitto e il Sudan per trovarsi nel dicembre del 1938 in territorio etiope, nel Goggiam, nei pressi del lago Tana, dove si pongono al seguito del degiac (generale) Mangascià Giamberiè e dove le azioni della resistenza etiope sono più numerose e il suo controllo sulle foreste e le campagne maggiore.
Una prima lettere di Barontini giunge attraverso Khartoum : “…la mia salute è buona, nonostante la vita sia dura, dormire sulla terra, mangiare quando si trova, mangiare quello che c’è, bisogna avere uno stomaco di struzzo. Bisogna avere un fisico molto resistente. Al momento sono decisamente in forze, ci sono degli indigeni che nella zona terribile per la malaria hanno preso la febbre; al contrario io sto bene. È 26 giorni che passo da villaggio a villaggio, ho visitato fino ad ora tre grandi regioni. L’unico sistema di trasporto le nostre gambe, salire e scendere continuamente, di giorno il termometro segna 30-35 gradi all’ombra, la notte scende a 8-10. La situazione è buona. I contadini mi hanno fatto le migliori manifestazioni di amicizia, di rispetto, di considerazione, ho fatto e faccio tutti i giorni delle riunioni dando delle istruzioni, dei consigli, istruzioni militari, modo di combattimento, sul problema della salute, etc. Sono sorpreso poiché non ho mai trovato un pubblico più attento che qui, questi contadini sono molto intelligenti, imparano bene e dopo i miei discorsi manifestano per me una grande venerazione. Il documento del Negus è veramente formidabile. Penso che solamente la mia presenza qui è un successo, si riprende fiducia, ci si rinforza per sviluppare un miglior lavoro, per un lavoro più intensivo. Qui ci sono molti uomini disposti a combattere, ma non ci sono armi a sufficienza per armare tutti gli uomini disponibili. Ogni paese ha il suo armamento; ho visto centinaia e centinaia di fucili, ma ho constatato che provengono da diverse marche, questo fatto complica la formazione di unità omogenee. […] I combattenti hanno una buona conoscenza per utilizzare le mitragliatrici; ma non ci sono munizioni. […] Domani andiamo al combattimento, gli indigeni sono formidabili per il combattimento, ho visto un contadino donare una vacca per avere due cartucce per la sua arma. I preti sono sempre dalla parte della popolazione, ci sono dei preti veramente meravigliosi, sono in buoni rapporti con loro. Qui ci sono delle camicie nere che ti seguono non appena gli fai vedere un po’ di soldi. Al momento ne ho una accanto a me che mi fa divertire. (lettera di Ilio Barontìni, Kartoum 6 febbraio 1939,inviata il 22 marzo, conservata presso il patrimonio archivistico dell’Istituto Granisci, tradotta dal francese e riportata da Matteo Dominioni in: Lo sfascio dell’Impero, Laterza 2008).
Una seconda lettera viene scritta il 9 maggio ed è indirizzata da “Jacopo” a “Tuti”: …sono cinque mesi che il nostro compagno è in sede riconosciuto ufficialmente in base alle credenziali di ampia fiducia del Negus ed egli ormai ha preso la direzione militare di tutto quanto c’è di attivo e di combattivo laggiù e si tratta di parecchie decine di migliaia di uomini” (sempre da “Matteo Dominioni, op.cit.).
Nello schieramento opposto, quello delle forze d’occupazione italiana presso il comando di Gondar abbiamo una testimonianza della situazione di conflitto permanente esistente nella regione.
Curzio Malaparte, incaricato di un reportage giornalistico dal Corriere della Sera, con lo scopo di rassicurare la popolazione italiana a proposito della propaganda inglese antiitaliana, percorrerà nei primi mesi del 1939, al seguito di un contingente militare italiano, la rotta di rifornimento Massaua, Asmara, Adua, Bahir Dar, Addis Ababa. Nell’articolo intitolato “Passaggio di armati per le alte terre dell’Uoranà” non può fare a meno di descrivere, per quanto con toni rassicuranti e dissimulati, un attacco degli sciftà (briganti) e di un territorio del quale gli era stato sconsigliato il transito ( articoli adesso ripubblicati in “Curzio Malaparte, Viaggio in Etiopia ed altri scritti africani, Vallecchi 2006)
Sin da subito i due comunisti assumono le mansioni di istruttori militari e consiglieri.
Del “misterioso” Paul Langrois ci lascia una testimonianza il prigioniero italiano, capitano Bertoja, tramite Vittorio Longhi che era stato inviato nella regione del Goggiam per trattare la sua liberazione. Bertoja era stato precedentemente catturato dallo stesso degiac Mangascià ed ebbe modo di incontrare il presunto Langrois presso il villaggio di Fagutta e, naturalmente, considerandolo un traditore, lo descrive in maniera molto poco lusinghiera. Inoltre per Bertoja il compito che Langrois vuole portare a termine è quello di unificare l’azione delle tante bande di resistenti, spesso in conflitto reciproco, sotto un unico comando.
”Sempre secondo Bertoja, Langrois è anche diventato il consigliere politico del piccolo gruppo di intellettuali che gravita intorno a Mangascia Giamberiè e che stampa alla macchia il settimanale ciclostilato <La Voce degli Etiopi>. Ed ancora a lui il generale Marraffa attribuisce la paternità dei volantini che vengono diffusi in molte parti del Goggiam e che sono firmati da <Il comitato che lotta per l’indipendenza dell’Etiopia>. Dice uno di questi manifestini: << ora l’Italia non ha più oro e argento; le banconote che vi danno non hanno più valore, sono come i marchi del 1918. Oh popolo d’Etiopia, attenzione! Non accettate le lire di carta. Gli italiani vi ingannano>>. (Angelo Del Boca, op.cit.).
Nella primavera del 1939 una seconda missione raggiunge gli stessi territori dell’Etiopia. Su questa si hanno maggiori ragguagli forniti da uno dei protagonisti, il comunista triestino Anton Ukmar, già combattente nelle brigate internazionali in Spagna e successivamente, nel ’43 comandante della lotta partigiana in Liguria con il nome di battaglia di Miro. Testimonianze sulla figura di Ukmar e sulla sua impresa in Etiopia si hanno dalla sua stessa relazione pubblicata nel 1966 su Rinascita e dalle pubblicazioni del comandante partigiano G.B. Lazagna, oltrechè dalle edizioni dell’Anpi e in altri testi. Ukmar afferma che la missione gli fu affidata da Di Vittorio a Parigi. “La nostra missione consisteva in questo. Aiutare la popolazione etiopica nella mobilitazione contro l’aggressione colonialista e nella costituzione di un esercito partigiano; non si trattava di svolgere un lavoro di partito, né di presentarci come italiani ma semplicemente come membri delle Brigate Internazionali” . 
Insieme ad Ukmar fa parte della missione lo spezino Bruno Rolla, già commissario politico della sezione clandestina del Partito a Palermo e combattente di Spagna nella 12Brigata Garibaldi. Con loro ci sono il colonnello francese Paul Robert Mounier, del servizio d’informazione militare francese e simpatizzante della politica del Fronte Popolare, e Lorenzo Taezaz, uno dei più attivi collaboratori del Negus in esilio. Per Baldassarri, nella citata biografia di Barontini, Ukmar prenderebbe il nome di Johannes, Rolla quello di Petrus e Mounier quello di Andreas. La missione, sullo stesso percorso in territorio egiziano-sudanese sotto tutela delle truppe britanniche, presto raggiunge Ilio Barontini nel Goggiam. “…Ci mise al corrente della situazione e discutemmo insieme su da farsi: dovevamo riuscire a convincere gli etiopici ad abbandonare la struttura a grosse bande di 1000/2000 uomini, dei quali soltanto una parte armati di fucili, dato che queste formazioni erano lente nei movimenti e facilmente localizzabili; infatti venivano puntualmente scoperte e massacrate; essi avrebbero dovuto costituire gruppi più piccoli e mobili. Inoltre avremmo dovuto persuaderli a non uccidere più i prigionieri ma a disarmarli e lasciarli liberi…I guerriglieri etiopici avrebbero dovuto anche cercare di mantenere i territori liberati. Nostro compito sarebbe stato quello di mantenere i contatti con i capi della rivolta, coordinare le loro azioni, evitare i conflitti fra le varie formazioni, in modo da unificare nella lotta contro l’esercito coloniale tutte le energie” (Rinascita, n. 19, 7 maggio 1966 riportato anche in “Angelo Del Boca, op.cit.).
Inoltre si attribuiva particolare importanza all’opera di propaganda presso la popolazione e presso i militari italiani. Tramite un ciclostile veniva dato alle stampe un foglio metà in italiano e metà in amarico dal nome “La voce degli etiopi” con tiratura settimanale che poi veniva diffuso, fra le truppe italiane, dalle donne, in quanto meno sospettabili, che contemporaneamente carpivano informazioni fondamentali per la guerriglia. E’ certo inoltre che si tentò di costituire una sorta di governo “ribelle” affinchè cominciasse ad essere riconosciuto un contropotere nei territori interessati dalla guerriglia.
Per mettere in pratica questo programma Barontini, Ukmar, Rolla e Monnier intraprendono viaggi, spesso ognuno singolarmente per tutto il vasto territorio del nord Etiopia che va dall’Ermacciò, al Beghemeder, al sud del lago Tana, al Goggiam.
E’ certo che Barontini fu raggiunto da Lorenzo Taezaz in agosto e svolse la propria azione presso il degiac Mangascià, Ukmar operò nella zona di Gondar, attorno al Lago Tana, nell’Alto Nilo Azzurro e nel Goggiam.
Ma fu un compito irto di pericoli sopratutto a causa delle bande di mercenari sguinzagliati alla loro ricerca da parte delle autorità militare italiane e dalla rissosità tra le varie bande di resistenti etiopi.
Inoltre Monnier muore improvvisamente a causa delle febbri malariche mentre si spostava nella zona di Harar, ad est nel territorio etiopico, per prendere contatti con altri nuclei di ribellione.
Stessa sorte rischia di toccare ad Ukmar, ammalatosi anch’egli, e a Rolla a causa di una infezione ad una ferita che rischiava di degenerare.
Ukmar intanto aveva fatto chiamare i compagni mettendoli al corrente del suo stato di pericolo: “Dapprima Ukmar ricevette un po’ di latte, poi più niente.
Vennero due stregoni. Bruciarono erbe aromatiche e, infine, visto che non ottenevano alcun risultato, lo misero fuori dal tucul per lasciarlo morire. Dopo un po’ lo privarono delle armi e degli oggetti di qualche interesse e lo trasportarono all’esterno del villaggio per abbandonarlo sotto un albero. Era la morte certa, anche per opera degli animali, se in quel momento non fosse arrivato Ilio Barontini.
Era sera e Ilio sentì pronunciare il nome che gli abissini avevano affibbiato ad Ukmar: Oghen. Barontini scorse il compagno e si rese conto che era in condizioni disperate. Gli apri la bocca con la lama della baionetta e gli fece ingoiare del chinino; poi lo fece caricare su un cammello e si avviò verso il Goggiam. A Barontini, quando era arrivato nel villaggio, era stato detto che iI suo amico poteva considerarsi morto. Trasferito in un altro villaggio, Ukmar pote invece riaversi rapidamente grazie a qualche settimana di riposo e ad un po’ di recupero nell’alimentazione.
Anche Rolla si ammalo di li a poco. Una ferita ad un dito suppurò facendogli gonfiare tutto il braccio. Ancora una volta Barontini accorse in tempo. Gli pratico delle inieizione sulla ferita, la ripulì ben bene e Rolla guarì. ” (Fabio Baldassarri, op. cit.)
Al colmo della malasorte anche quel minimo di dotazioni tecniche del gruppo si esauriscono. La radio smette di funzionare pertanto non potendo più ricevere istruzioni Ukmar, Rolla e Barontini decidono di sospendere la missione e di rientrare in Europa preceduti da Lorenzo Taezaz e De Bargili (Paul Langrois ?!).
Nella decisione di porre fine alla missione senz’altro ebbe un ruolo fondamentale il cerchio poliziesco che si stava per chiudere attorno al gruppo.
Infatti già dal 1935 la polizia italiana teneva sotto controllo le intenzioni e i progetti degli esuli antifascisti a Parigi: “…In una riunione promossa a Parigi da «Giustizia e Libertà» fra rappresentanti antifascismo italiano si sono esaminati mezzi idonei svolgere propaganda negativa fra nostre truppe e particolarmente fra quelle destinate Africa Orientale. Tra l’altro si è pensato inviare in Abissinia, previ accordi con rappresentante diplomatico etiopico a Parigi, qualche elemento del movimento antifascista per svolgere azione sul posto, a mezzo stampati da distribuirsi fra nostre truppe dislocate frontiera Somalia ed Eritrea. Fondi necessario dovrebbero essere forniti dal Governo Etiopico cui si chiederebbero anche garanzie per nostri soldati che si lasciassero convincere propaganda a passare al nemico…” (ASDMAE,MA//7, posiz. 181/6, fase. 3, telegramma n. 2693 di Lessona a De Bono, Roma, 26 marzo 1935; telegramma n.3541 di Emilio De Bono al Governo di Mogadiscio, Asmara 31 marzo 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
E ancora: “…viene riferito da fonte confidenziale che si starebbe organizzando in Francia una legione di italiani fuorusciti, a spese delle Internazionali. Anche trattandosi di poche persone, essa potrebbe provocare incidenti gravi per i rapporti franco italiani in questo momento delicatissimo. Pare che la legione dovrebbe imbarcarsi – clandestinamente – per prendere servizio a favore del Negus in Abissinia. […] È possibile del resto che le Internazionali mirino soltanto a fare scandalo; a dimostrare all’opinione che vi sono italiani disposti a combattere per il Negus. Subordinatamente poi, a scagliarsi contro il signor Lavai se impedisse la sedicente spedizione…” (ASDMAE,MAIII, posiz. 181/56, fase. 271, lettera senza numero della Regia ambasciata di Parigi a firma Cerruti, Parigi 18 settembre 1935. Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
Successivamente giunse dall’Ambasciata italiana di Parigi un telegramma che momentaneamente escludeva azioni degli antifascisti in Etiopia: “…da accurate indagini esperite è risultato che la notizia riguardante la legione dei volontari italiani antifascisti per l’Etiopia non trova conferma in questi ambienti comunisti ed antifascisti in genere. Il progetto venne discusso, ma sembra, poi scartato per ragioni di opportunità…”. (ASDMAE,MAIII, posiz. 181/56, fase. 271,telespresso n. 214747 del ministero degli Affari Esteri al ministero dell’Africa Italiana, Roma 30 aprile 1936 . Riportato in Matteo Dominioni op. cit.)
In Etiopia la cognizione delle strutture di polizia italiane, circa natura e programmi della missione comunista, ben presto cambia attribuendole un grado di maggiore pericolosità.
Questo avviene a causa del rapporto di Vittorio Longhi che mediava la liberazione del capitano Bertoja, di cui abbiamo già accennato. Il rapporto venne letto dal Ministro delle colonie Lessona e dallo stesso Mussolini e disegna il ritratto di Paul Langrois: “è un individuo di circa 40 anni, statura media, un po’ curvo di spalle ma energico nel portamento; capelli, barba e baffi castano scuri, occhi neri, miopi; generalmente parla sfuggendo lo sguardo dell’ascoltatore; dentatura guasta, mancante di parecchi molari; ha una piccola cicatrice alla regione parietale destra, molto vicina all’occhio. Sguardo acceso, quasi da alcolizzato. Ha molta tendenza alle donne. Si fa passare per generale dell’esercito francese e racconta di essere stato in Spagna ed in Russia, ma parla mediocremente la lingua francese e conosce invece molto bene la lingua italiana, che parla con accento toscano. Il capitano, durante la sua prigionia, confidò a Longhi che l’emissario non era affatto uno straniero e neppure un generale, bensì un rinnegato italiano, invasato da idee antifasciste e probabilmente un giornalista. Si fa chiamare Paul Langlois e varie volte espresse a Longhi idee antifasciste, dichiarando altresì di appartenere al partito democratico sociale francese e che l’unico scopo della sua vita era di servire l’antifascismo internazionale. Si presentò al deggiac Mangascià con alcune credenziali munite del sigillo dell’ex negus, e sulle quali era incollata, per riconoscimento, la propria fotografia. L’azione dell’emissario non fu precisamente militare, ma propagandistica. Egli cercò di far riappacificare i deggiac ribelli, invitandoli a riunirsi compatti a combattere le truppe del governo ed aiutarsi vicendevolmente. Inviava delle relazioni nel Sudan e raccontò a Longhi che Karthoum era il centro dal quale si diramava la propaganda in A.O.I. e destinazione delle sue relazioni e delle pellicole cinematografiche da lui prese. A Karthoum i suoi corrispondenti trasmettevano le relazioni a Parigi, ove si troverebbe il centro della propaganda antifascista e antitaliana e dove si sosterrebbero le mire del partito nazionalista etiopico. Disse pure di essere stato a Londra per una settimana, espite dell’ex negus, ma il Longhi notò che l’emissario non conosceva alcuna persona del vecchio governo negussita e ciò gli apparve strano dato che molti seguaci si trovano ancora presso l’ex negus. L’emissario aveva per interprete un eritreo che il Longhi conobbe a Cheren che fu anche ascari del IV Battaglione, certo Emanuel Mangascià Burrù, maestro della scuola Salvago Raggi di Cheren. Altro interprete ai servizi dell’emissario era certo Atò Asseghei di Adua il quale dichiarò a Longhi, che l’emissario era persona nota anche al Duce e che in Spagna aveva prestato segnalati servizi per la causa del comunismo. (ASDMAE,MAIII posiz. 180/42, fase. 138, allegato al foglio n. 146636 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. Riportato in Matteo Dominioni op.cit.)
Da questo momento si moltiplicano le informative di polizia, le segnalazioni sulle azioni del gruppo e il cerchio inesorabilmente si stringe. Sempre il 7 dicembre del 1939 il duca Amedeo d’Aosta (che intanto aveva sostituito Rodolfo Graziani nella carica di vicerè della colonia Etiope) inviò al Ministero dell’Africa Italiana copia delle pubblicazioni dei ribelli e lo informò circa la loro dotazione di mezzi tecnici: “macchine fotografiche, una macchina da scrivere, una stazione ricetrasmittente e un poligrafo”. ( ASDMAE,MAIII foglio n. 14764 di prot. di Amedeo di Savoia al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 7 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini in Etiopia. La singolare vicenda di un anomalo fronte popolare antifascista, Studi Piacentini).
Il 18 dicembre è la volta del generale Nasi a trasmettere al Ministero un’altro bando del presunto Langrois che era destinato ai capi della regione del Buriè. ( ASDMAE,MAIII foglio n. 145446 di prot. del generale Nasi al ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 18 dicembre 1939. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
A gennaio la polizia dell’Africa Italiana diffonde una foto del presunto Langlois in compagnia di Mangascià e di Mesfin Scibesci. Cominciano a sorgere i primi dubbi sull’identità del Langlois. (Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit.)
L’ispettorato generale del PAI di Addis Abeba, grazie ad un’ulteriore deposizione del Longhi comincia a disegnare un ritratto più preciso del Langlois: “…il così detto Paul Langlois è certamente italiano, e per meglio precisare toscano. Parla assai male il francese; fu in Spagna con i rossi ed in Cina con Ciang Kai Scek. A suo dire fu maggiore dell’esercito italiano e riveste il grado di generale (?) nella legione straniera. Giunse presso il Degiac Negasc il 18 marzo 1939, proveniente da Parigi donde era partito il 1° gennaio 1939 e dove faceva parte del partito democratico italiano. Entrò in A.O.I. dal Sudan Anglo, sfuggendo alla sorveglianza delle nostre truppe. Aveva con se due lettere autografe dell’ex negus, una per il Deggiac Negasc e l’altra per il «popolo del Goggiam» incitanti alla resistenza contro il Governo Italiano…”.(ASDMAE,MAIII foglio n. 1258/5599 di prot. del generale Renzo Mambrini al Comando Generale della Pai e ministero dell’Africa Italiana, Addis Abeba 25 gennaio 1940. In Matteo Dominioni, La missione Barontini op cit).
Successivamente un’altra serie di informative interessò l’attività del gruppo antifascista italiano arrivando anche a dettagliare il viaggio intrapreso dal Langlois per raggiungere il capitano Monnier morente.
Paul Langlois fu identificato come Paolo De Bargili solamente nel marzo del 1940. Dalla documentazio e dell’archivio del Ministero dell’Interno (casellario politico centrale) la PAI venne a conoscenza del fatto che sin dal 1923 Langlois era stato lo pseudonimo usato da De Bargili. Mai però la PAI e la PS si accorsero che anche il nome De Bargili era la copertura di un’altra identità, quella di Barontini. E’ un fatto singolare che nel casellario politico centrale sia stata iscritta una persona inesistente. Un’ipotesi plausibile è che Barontini si sia impossessato dell’identità di un connazionale deceduto o emigrato clandestinamente e sparito all’estero” (Matteo Dominioni, Lo Sfascio dell’Impero, op. cit.)

Nel 1940 cominciò il percorso, attraverso gli stessi territori dell’andata, per il rientro in Europa.
Ma non fu una passeggiata, in quanto il gruppo, scortato da circa venti uomini e in compagnia di preti e dignitari etiopi, fu intercettato da una banda di mercenari e fu costretto a dividersi.
Nel punto di ritrovo concordato Barontini tardò per parecchi giorni fino ad essere considerato morto dai compagni. Fortunatamente, viceversa, il gruppo riuscì a riunirsi a Karthoum e in fine a maggio si trovò al Cairo per essere imbarcato da una nave della Croce Rossa francese per Marsiglia, piuttosto che la Grecia, la Siria o la Turchia in base a quella che era la loro preferenza. Barontini a Marsiglia riuscì a scampare all’arresto. Non ebbero la stessa fortuna i compagni che furono imprigionati nel campo di Vernet d’Ariege.
Ma seguiamo il già citato racconto di Cesare Colombo per l’Istituto Gramsci. “Nel maggio del 1940 raggiunsero il fiume Altara girando al largo del lago Tana. Era necessario passare per un passaggio obbligato, molto pericoloso. Assieme ai tre italiani erano dei dignitari etiopi di cui tre ammalati, due preti coopti ed una scorta di circa venti armati. Vennero fermati da una banda di seicento etiopi, che erano stati in parte armati dai fascisti proprio per l’antiguerriglia.
Questi richiesero le armi pesanti e l’oro. lnfatti da tempo circolavano nel paese leggende sui tesori degli emissari del Negus e dei loro aiutanti europei; si parlava di trecento cammelli carichi d ‘oro.
Ukmar, Rolla e due etiopi, furono messi da una parte; Barontini, i due preti e due etiopi, da un altra.
Fu detto che l’oro era a Badaref, nel Sudan, e alla fine si accordarono che il gruppo di Ukmar e Rolla sarebbe andato a prelevarlo; Barontini e gli altri avrebbero aspettato.
Barontini aveva suggerito il piano, e si era accordato segretamente per fuggire (la tenda sua e degli etiopi che erano con lui si trovava al margine di un bosco) e ritrovarsi in un punto determinato.
La scorta del gruppo di Ukmar, Rolla e gli altri etiopi era stata scelta dai nostri: la maggioranza era costituita da amhara una parte dei quali aveva già combattuto con i patrioti e che al
momento buono eliminarono quanti erano contrari a seguire le direttive dei prigionieri; si recarono al luogo convenuto con Barontini e lo aspettarono nove giorni; la banda che aveva fatto prigionieri i nostri nel frattempo si era spostata, erano tutti convinti che Barontini si fosse perduto nella foresta o fosse stato ucciso. Passarono la frontiera e raggiunsero Kartum senza incidenti. Andarono dall’ex-ministro etiope per riprendere i vestiti europei e gli inglesi gli comunicarono: – Anche il vostro amico italiano sarà qui domani. – Infatti Barontini, e gli altri che erano fuggiti con lui grazie alla complicità degli amharici, si erano persi nella foresta ed erano sconfinati nel Sudan, molto più a Sud.
Dopo otto o dieci giorni, alla fine del maggio ’40, giunsero al Cairo. Chiesero di essere imbarcati per la Grecia o la Siria o la Turchia. Furono invece imbarcati in un piroscafo francese della Croce
Rossa adibito al trasporto di rifugiati francesi ed olandesi. Barontini riuscì a sbarcare inosservato.
Rolla e Ukmar il giorno dopo l’arrivo a Parigi furono arrestati e poi internati nei campo di Vernet d ‘Ariége. Si era ai primi del giugno 1940. Qualche giorno dopo Parigi cadeva nelle mani dei nazisti.
(Per tutta la vicenda del rientro in Europa vedasi anche l’articolo citato su Rinascita, “B.Anatra, Partigiano sul lago Tana” e “E. Barontini, V. Marchi, “Dario”).
Non si pensi che i Nostri siano stati ricoperti di onori dai compagni di partito. Lo stesso Barontini fu tenuto in isolamento, come in quarantena, intanto che il partito sondava qualità politica e limpidezza delle sue precedenti azioni. La logica della clandestinità non ammetteva deroghe e Barontini era stato per circa 18 mesi in rapporto con l’intelligence britannica, cosa che suscitava più di un sospetto. (Vedasi sempre il libro della figlia di Barontini “Dario”).
Sempre Del Boca riferisce nel mai superato Gli italiani in Africa Orientale che questi non furono gli unici italiani ad aver militato nella resistenza etiope. Il grande storico dell’Etiopia Richard Pankhurst gli fece pervenire una piccola nota frutto di una ricerca nella quale figurano tra i combattenti etiopi il siciliano Saverio Sbriglio, che disertò per prestare soccorso quale infermiere presso la formazione di Abebè Aregai, e Alfonso P. che disertò per raggiungere le forze di Negasc Bezabè nel Goggiam. Alfonso P. finirà i suoi giorni internato per errore nel 1941, dagli inglesi, nel campo di concentramento di Dire Dawa e verrà pugnalato al cuore da alcuni fascisti. Inoltre nel 1941, alla data della liberazione dell’Etiopia, saranno centinaia, forse qualche migliaio, gli “insabbiati”. Ovvero gli italiani che avevano disertato ed erano spariti nell’immenso territorio del paese, facendosi una famiglia e conducendo un’esistenza spesso clandestina.
La missione degli italiani, ad ogni modo, a quel punto avrà raggiunto importanti obiettivi. Il rapporto redatto da Lorenzo Tazeaz per Hailè Selassiè sarà di grande aiuto per spronare gli inglesi a rompere ogni atteggiamento di indugio e passare a vie più concrete. Dal rapporto emergerebbe l’estrema fragilità dell’apparato militare italiano nonostante la sua superiorità di forze in campo; 300.000 uomini contro gli appena 18.000 delle forze britanniche nelle colonie adiacenti. Questo a causa dell’isolamento della colonia italiana dell’Etiopia, dopo la chiusura di Suez da parte degli Inglesi, e l’impossibilità da parte italiana di costruire una via di penetrazione attraverso il deserto della colonia libica sfondando attraverso il Sudan britannico. Inoltre in Etiopia permaneva una dimensione di quasi contropotere delle forze della resistenza che contendevano il territorio agli italiani, e che opportunamente aiutate, nell’imminente conflitto generalizzato, avrebbero potuto avere il sopravvento. Inoltre emergerebbe che Hailè Selassie, per quanto la sua fama sia stata grandemente oscurata dall’abbandono del territorio etiope, e per quanto emergano anche delle forze repubblicane tra i resistenti, continua ad essere l’unica personalità in grado di unificare e dirigere la resistenza. A questo punto l’Inghilterra comincerà a finanziare e appoggiare attivamente la resistenza.
Gaspare Sciortino. Aprile 2012.
Addis Ababa. Hailè Selassiè legge alla radio l’appello alle nazioni contro l’invasione italiana.
Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Addis Ababa. Si mobilita la guardia imperiale. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Mobilitazione dei guerrieri delle tribù. Cinegiornale Fox Movietone News 1935

Mobilitazione dei guerrieri delle tribù. Cinegiornale Fox Movietone News 1935
Vengono mobilitati anche i veterani di Adua. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Vengono mobilitati anche i veterani di Adua. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Dignitari Amhara con il seguito di guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Dignitari Amhara con il seguito di guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.
Ras e guerrieri. Cinegiornale Fox Movietone News 1935.

Febbraio 1936. Truppe italiane nei pressi dell’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano.
Febbraio 1936. Truppe italiane nella battaglia dell’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano
Febbraio 1936. La bandiera del regno d’Italia sventola sull’Amba Aradam. Foto Fondo Bottai, Milano.
Bombardamento aereo di un villaggio del Tigrè.
Addis Ababa 1936. Soldati etiopi rispondono a fucilate agli aerei italiani.
L’avanzata della colonna Badoglio su Addis Ababa. Al centro lo stesso Badoglio con Lessona, ministro delle colonie. Foto Fondo Bottai, Milano.
Addis Ababa 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano
Addis Ababa 5 maggio 1936. La popolazione sventola drappi bianchi in segno di resa all’ingresso in città della colonna Badoglio. Foto Fondo Bottai, Milano
5 maggio 1936. Badoglio entra in Addis Ababa. Foto Fondo Bottai, Milano.
Addis Ababa 1937. I magazzino Kevorkoff trasformati in Casa del Fascio.
Foto della collezione privata Berhanu Abebe.
1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità.
1938-39. Ilio Barontini in Etiopia nel Goggiam. Foto dell’archivio storico dell’Unità.
1938-39. Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Da sinistra: Kebbedè, ufficiale; Ghila Gherghis, diplomatico; Paolus Getahoum Tesemma, capo del governo in esilio, un guerrigliero.Archivio storico dell’Unità.
Ilio Barontini tra i partigiani etiopi. Archivio storico dell’Unità
Partigiani etiopici addestrati da Barontini. Archivio storico dell’Unità.

Ilio Barontini era nato a Cecina (Livorno) il 28 settembre 1890.
Fu, fin dall’età di 13 anni, un militante anarchico di Livorno. A 15 anni lavorava già come operaio tornitore presso il Cantiere Orlando quando si iscrisse al Partito Socialista. Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale si dichiarò “non interventista”. Dopo la guerra, nel 1919, partecipò ai lavori del gruppo politico dell’ Ordine Nuovo, fondato da Antonio Gramsci.
Nel 1921, fu fra i fondatori del Partito Comunista d’Italia nel Congresso di Livorno. Successivamente fu eletto sia come Consigliere Comunale che responsabile della Camera del Lavoro della CGIL della città di Livorno.
Con l’avvento del fascismo subì arresti, denunce ed aggressioni, ma non si arrese mai è tornò sempre alla militanza politica.
Fra i dirigenti del Partito Comunista d’Italia fa parte della minoranza che è favorevole all’ingresso delle formazioni antifasciste di difesa del partito nel Fronte Unito Arditi del Popolo.
Nel 1931 espatriò avventurosamente in Francia con una pericolosa attraversata in barca che lo lasciò in Corsica per sfuggire ad una condanna a tre anni inflittagli dal Tribunale Speciale fascista. In Francia si rifugiò a Marsiglia, da dove tenne le fila del lavoro clandestino tra gli esuli italiani antifascisti.
Trasferitosi in URSS Barontini perfezionò le sue capacità militari presso i centri di addestramento dell’Armata Rossa, in particolare frequenta l’Accademia Frunze a Mosca, uscendone con il grado di Maggiore.
Il suo primo incarico con quel grado è in Cina, in appoggio al Partito comunista cinese di Mao. (Non esistono in proposito fonti documentarie certe) Sarà questa esperienza a metterlo per la prima volta in contatto con le tecniche della guerriglia ampiamente usate e sperimentate dai comunisti cinesi.
Nel 1936 Barontini si trovava in Spagna all’inizio della Guerra civile. Sostituì Randolfo Pacciardi, ferito nella battaglia di Guadalajara, dimostrando, a detta di Giovanni Pesce, altro capo storico delle Brigate Internazionali, capacità eccezionali di trascinatore militare.
Nel 1938 si trasferisce, su ordine di Giuseppe Di Vittorio, in Etiopia. Con lui c’erano anche altri esponenti dell’Internazionale Comunista: i cosiddetti “tre apostoli”: Barontini era Paulus, Bruno Rolla, della Spezia, era Petrus, e il triestino Anton Ukmar era Johannes. Il gruppo degli “apostoli” fondò il foglio La Voce degli Abissini, addestrò ed organizzò i ribelli etiopici fino al punto che il Negus “appioppò” a Barontini il titolo di “vice-imperatore”. Rodolfo Graziani mise una taglia su di lui, ma il Barontini riuscì a fuggire, ben accolto dal generale inglese Harold Alexander a Khartoum, che gli diede una decorazione per i meriti acquisiti nell’organizzazione della ribellione all’invasione fascista in Etiopia.
Nel momento in cui la Francia cadde sotto il controllo dei nazisti con l’inizio del governo Petain, Barontini è lì ad organizzare i nuclei di partigiani francesi della FTP, fidando sull’appoggio anche della classe operaia francese che mal sopportava gli occupanti tedeschi.
I partigiani francesi del Maquis utilizzarono nei combattimenti delle bombe soprannominate “Giobbe”, così chiamate dal nome di battaglia utilizzato in Francia da Ilio Barontini.
Quando Barontini tornò in Italia per partecipare alla lotta partigiana, assunse il nome di battaglia di “Dario”.
Organizzò le Sap e i Gap a Torino, a Milano, in Emilia, a Roma. Di lui parla con grande ammirazione Giorgio Amendola in Comunismo, antifascismo, resistenza. Anche Antonio Roasio, nel suo libro Figlio della classe operaia descrive le peregrinazioni fatte nel centro-nord della penisola da Ilio Barontini e del come insegnasse a gappisti e sappisti le sue tecniche militari apprese in tanti anni di battaglie, sui svariati fronti di crisi, (e forse anche dagli esperti istruttori dell’Armata Rossa): dall’uso di una bomba a mano al metodo più spiccio per far deragliare un convoglio.
Roasio lo ricorda come un uomo che aveva sempre appresso una vecchia borsa di pelle sgualcita con dentro panini, cose di uso normale e… candelotti di dinamite.
« scrive sempre Antonio Roasio (“Figlio della classe operaia”, Vangelista editore ) …..cioè a visitare le città dell’Italia centro-settentrionale per organizzare e far funzionare i gruppi gappisti. Studiava gli uomini, le loro caratteristiche, insegnava i primi elementi sulla costruzione di bombe a mano, bombe a scoppio ritardato, come far deragliare un treno, ecc… Aveva sempre con se’ una vecchia borsa sgualcita, che certa non poteva passare per quella di un avvocato. Un giorno gli chiesi che cosa custodisse tanto gelosamente: l’aprì, c’erano dei panini, alcuni oggetti personali e dei candelotti di dinamite. »
In Emilia diresse la lotta di Resistenza, in particolare a Bologna che era già praticamente liberata all’arrivo delle truppe alleate. Per la sua attività fu decorato con la Bronze Star ancora da Harold Alexander, mentre Giuseppe Dozza gli conferì il titolo di cittadino onorario della città di Bologna. L’Unione Sovietica gli conferì il prestigioso Ordine della Stella Rossa.
Prese parte all’assemblea costituiente e in seguito fu parlamentare della camera e del Senato.
Morì in un incidente automobilistico a Scandicci nel 1951 al ritorno dal congresso del partito. Con lui morirono anche Leonardo Leonardi e Otello Frangioni.

Anton Ukmar era nato in frazione Prosecco di Trieste da famiglia slovena nell’allora Austria Ungheria. Giardiniere del comune di Trieste nel 1916 e ferroviere dal 1921, aderisce al partito comunista. Nel 1927-1928 è trasferito a Genova nelle ferrovie e entra a far parte della cellula clandestina del Partito Comunista Italiano alla stazione di Genova Principe. Poi viene arrestato e bastonato dagli squadristi, poco dopo viene licenziato in tronco dalle ferrovie e trasferito a Prosecco col foglio di via. A Trieste entra nell’organizzazione clandestina slovena Borba e partecipa ad azioni di protesta contro la chiusura di asili e scuole dove si insegna la lingua slovena. Arrestato nuovamente, viene processato dal Tribunale Speciale per la sicurezza dello Stato e poi prosciolto. Nel 1930 espatria a Parigi dove lavora presso la sede del PCI in esilio, nel 1931 partecipa come delegato al congresso del PCI a Colonia. Nel 1933 studia all’Università statale di Mosca. Nel 1936 viene mandato in Spagna durante Guerra Civile Spagnola e nel 1938 va a combattere in Catalogna. Nel 1939 è internato in Francia, e poi parte per la missione in Etiopia. Rientrato in Francia viene inviato a Genova nel 1944 come comandante dei partigiani Garibaldini della zona ligure. Nell’agosto 1944 diventa comandante della VI Zona Operativa Ligure con sede a Carrega Ligure in provincia di Alessandria. Vive tra Carrega Ligure e Fontanigorda. È presente stabilmente in val Borbera dal luglio 1944 per trattare con Franco Anselmi la sua entrata nella 3a brigata Garibaldi e per affidare nel gennaio 1945 a Erasmo Marrè la riorganizzazione della Brigata Arzani. Si distingue in combattimenti a Marsaglia in val Trebbia, alle Capannette di Pej tra Piemonte e Emilia-Romagna, a Cartasegna di Carrega Ligure e a Carrega Ligure. Nel maggio 1945 torna a Trieste e viene nominato dalle autorità jugoslave comandante della polizia jugoslava della Zona B del Territorio Libero di Trieste e poi nel 1955 diventa deputato al parlamento della Repubblica Socialista di Slovenia. Nel 1970 si ritira a vita privata a Capodistria dove muore nel 1978.

Domenico Rolla era nato ad Arcola (La Spezia) il 19 gennaio 1908. Di professione meccanico, fece parte dell’organizzazione comunista clandestina. Per la sua attività antifascista nel 1931 dovette espatriare in Francia.
Nel 1936 Rolla partecipò in Spagna alla Guerra civile in difesa della repubblica. Combatté a Pelausthan e a Cenicientos con la Centuria “Gastone Sozzi” e fu poi, come sergente del Battaglione Garibaldi, sul fronte di Madrid. Venne ferito a Casa de Campo nell’aprile del 1937. Rimessosi in sesto, combatté sul fronte dell’Ebro, col grado di tenente e lo pseudonimo di Bruno. Finita la guerrà ritornò in Francia, dove venne internato nei campi di Saint-Cyprien e di Gurs.
Rolla nel 1939 riusci a evadere, e fu inviato dal Comintern sul fronte della guerra di Etiopia in appoggio alla Resistenza locale. Qui si unì ad altri esponenti dell’Internazionale Comunista, i cosiddetti “tre apostoli”: Rollo era Petrus, il livornese Ilio Barontini era Paulus e il triestino Anton Ukmar era Johannes[1]. Il gruppo degli “apostoli” fondò il foglio La Voce degli Abissini ed addestrò e organizzò i ribelli etiopici.
Sconfitto, si rifugiò in Sudan e poi nuovamente in Francia, dove fu internato nel campo di Vernet. Nel momento in cui la Francia cadde sotto il controllo dei nazisti e si ebbe l’ascesa al potere del governo Petain fu consegnato alla polizia italiana, che lo destinò al confino. Immediatamente a seguito della caduta del Fascismo e dell’armistizio prese parte alla Guerra di liberazione come membro della Resistenza abruzzese, assumendo il nome di battaglia di “Carlo”.
Dopo la guerra continuò l’impegno politico nel PCI, dirigendo la federazione di Viterbo. Muore a Roma nel 1954.


Ilio Barontini
Roma, dicembre 1947. Da sinistra: Vittorio Bardini, Ilio Barontini, Walter Audisio e Francesco Moranino.
Allegato 1. Giovanni Pesce a colloquio con Ilio Barontini
Come nasce una bomba
Trascorrono tre giorni durante i quali lo stordimento seguito all’azione si attenua. Mi ritrovo pieno di fiducia e con maggiore coscienza critica. Non avevo ancora acquistato sufficiente esperienza per condurre una lotta in città dove si rischia cosi tanto e dove si richiede organizzazione, segretezza e tempestività; dove metodo, calma e decisione sono i tre fattori del successo. Sento bussare. Al di là dell’uscio la voce di Dante Conti mi risponde. Con lui è Ilio Barontini, il leggendario combattente di Madrid, di Guadalajara, il comandante che alla testa del battaglione Garibaldi colse la vittoria contro i legionari fascisti; uno dei pochi che in Abissinia fra i partigiani etiopi lottò contro gli invasori.
Barontini sorride e mi abbraccia. “Rimarrà da te alcuni giorni,” esclama Conti prima di andarsene. Barontini mi martella di domande: da quanti mesi sono a Torino, come mi sono organizzato, qual è il mio piano d’azione, come l’ho coordinato con la lotta generale delle masse popolari, se ho messo in piedi un minimo di apparato tecnico. Barontini mette a nudo le mie apprensioni, le mie insufficienze, i miei dubbi, le mie incertezze. Per due giorni sono rimasto ad ascoltarlo. Alla fine lo sgomento per la povertà dei mezzi, degli uomini, dell’organizzazione, la sorpresa, l’ira prendono il sopravvento e urlo che non ce la farò mai a svolgere tutto il lavoro da solo, senza uomini, senza neppure sapere confezionare una bomba. Barontini sorride.
“Se le bombe,” dice, “sono il tuo problema, è presto risolto,” Ma non si tratta soltanto di bombe.
“Parliamone adesso,” insisto.
E la miccia? Barontini prosegue: “ora t’insegnerò qualche cosa di più. Prendi appunti, anche se è contro le regole della clandestinità. Per costruire una miccia a combustione lentissima, che non faccia fiamma e che bruci silenziosamente: questa miccia (stoppino) non si trova in commercio.”
Barontini continua: “Prendi un filo comune da calza, preferibilmente bianco e di lino, perché inodore e meno fumogeno. Stèmpera 8 grammi di bicromato di potassa in cento grammi di acqua; lascia bollire dieci minuti il cotone, dopo di che lo lasci asciugare al buio. Poi prendi, ben asciutti, 40 fili di detto cotone, lunghi secondo la necessità e con un filo del medesimo cotone avvolgi i 40 fili facendo così un cordoncino che brucerà per mezzo centimetro al minuto. “
“Certo,” commento, “sembra veramente facile.”
“È facile,” prosegue Barontini, “se hai un amico fabbro.” Lo interrompo impaziente. Barontini prende un foglio di carta e una matita e mentre parla disegna sul foglio.
“Prendi un tubo qualsiasi, piccolo o grande, di ferro, di ghisa, di bronzò, perfino di alluminio, lo tagli a dieci, venti, quaranta centimetri; saldi ad una estremità un coperchio dello stesso materiale del tubo e al centro del coperchio pratichi un foro di un diametro di sei o sette centimetri.”
Mentre Barontini parla, continua a tracciare segni sulla carta e la bomba nasce sotto i miei occhi.
“La parte del tubo senza coperchio,” prosegue Barontini, “viene filettata per permettere di avvitarvi un altro coperchio, pure filettato per un paio di centimetri. Si ripone l’esplosivo nel tubo, si fa passare la miccia con il detonatore nel foro del, primo coperchio facendo in modo che il detonatore vada ad innescarsi nell’esplosivo. Alla fine si avvita il secondo coperchio e la bomba è pronta.”
“Sarà potente?” chiedo. “Quanto vuoi che sia, a seconda del diametro, della lunghezza del tubo e la qualità di esplosivo disponibile. Puoi preparare anche una bomba di dieci chili, venti chili, capace di distruggere una caserma.
“Non hai che da provare. Vai dal tuo amico fabbro. Costruisci la bomba e poi la esperimenti su uno degli obiettivi che vuoi buttare all’aria.”
“Certo che lo faccio,” rispondo. “…Se ne accorgeranno! Però non riuscirò a far tutto da solo, non ci sono uomini che mi aiutino, l’organizzazione non mi da una mano, i collegamenti non funzionano, non ci sono tecnici, non ci sono armi.”
Barontini mi lascia sfogare, sorride e tace. Poi mi aggredisce: “Le armi, le armi! E le tue bombe? Non sono forse armi potentissime per una guerra che si combatte nelle strade, fra le case, in mezzo alla gente? Non hai tecnici? E perché non lo diventi tu? Impara a confezionare bombe esplosive, poi imparerai a fabbricarti quelle incendiarie!
“Non ti bastano le bombe? Scendi in strada, di sera, con un martello, un bastone, un coltello, con qualcosa che serva ad uccidere. Togli le armi ad un repubblichino, ad un tedesco, ad un altro tedesco, ad un altro repubblichino: avrai armi per te e per i compagni che in questi giorni affluiranno ai GAP!”
Sono come sommerso, stordito dalla sicurezza tranquilla di questo uomo intelligente e buono. Mi incute rispetto, un grande rispetto, ma non voglio darlo a vedere.
“Il partito,” tento, “il partito non mi aiuta?…” •
“Sbagli,” esclama Barontini, “sbagli veramente di grosso. Sei tu il partito, siamo noi il partito e stiamo appunto aiutandoci l’un l’altro per combattere la lotta in cui sono impegnati tutti gli altri partiti dello schieramento antifascista, in cui è impegnato tutto il popolo italiano. È una battaglia che ha bisogno di tutti, le frazioni isolate non solo sono inutili ma spesso dannose. Devi tenerlo presente, ben presente.”
Sono interdetto: Barontini mi ha dato ragioni che sono certo di aver sempre saputo, senza essere mai riuscito ad esprimerle a me stesso.
Anche queste mi sembrano cose semplici. Dunque è vero: il partito non mi ha mai lasciato solo.
Barontini, uscito nel pomeriggio, rientra la sera con un pacco: “ecco la tua prima bomba, te l’ho preparata io. Non è stato difficile.” So già come la userò. Nella mia mente l’azione è chiarissima; particolare per particolare, secondo per secondo.
Due giorni dopo m’incontro con Andrea e Antonio. Passeggio con Andrea lungo il corso. Antonio entra nel locale gremito di tedeschi e fascisti. Di fronte al caseggiato c’è la ferrovia. Dopo una lunga attesa Antonio sopraggiunge: “ci sono dentro trenta tedeschi,” dice, “quasi tutti ufficiali e molti fascisti.” Ci avviciniamo. Tengo sotto il braccio il pacco con la bomba. L’ho confezionato in modo che la miccia spunti dall’involto. Sotto la finestra del locale Andrea si accende una sigaretta e, chinandosi verso di me, come a riparare la fiamma dal vento, avvicina la brace alla miccia. È buio. Seguo con gli occhi il punto rosso che sfrega leggermente contro la miccia. Sento il cuore battere con violenza. D’improvviso sprizza un leggero soffio di fuoco: la miccia è accesa. Alzo il pacco e lo appoggio al davanzale della finestra. Ci allontaniamo lentamente facendoci forza per non correre. Siamo già lontani sulle biciclette quando ci percuote lo schianto lacerante e terribile della mia prima bomba.
A casa, prima ancora che parli, Barontini legge sul mio viso l’impresa; mi abbraccia. “Bravo muchacho!” mi ripete, dopo otto anni…
da Giovanni Pesce, “Senza tregua – la guerra dei GAP”
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Funerali di Ilio Barontini. Archivio storico dell’Unità
Allegato 2. Pietro Secchia commemora Barontini
C’è un’atroce ironia nella morte del nostro Ilio Barontini: quest’uomo che era un eroe di razza, audace sino alla temerità, questo combattente popolare di una grande causa di tutte le guerre giuste, che mille volte sfidò e sfiorò la morte, che sembrava avere il dono della invulnerabilità, quest’uomo doveva morire insieme ai suoi due compagni di fede, di Partito e di lavoro per tragica ironia della sorte in un disgraziato incidente automobilistico.
Non era certo questa la morte che Barontini aveva sognato, quando nelle battaglie di Arganda, di Madrid, di Guadalajara, conduceva arditamente i garibaldini italiani all’attacco contro le orde di Franco e dei nazifascisti, o quando in terra di Francia organizzava la resistenza contro l’invasore tedesco e diventava uno dei più noti comandanti dei Francs Tireurs Partisans, o quando passando di città in città in Italia, dopo l’8 settembre 1943, gettava le basi di quella mirabile organizzazione partigiana che egli contribuì più di ogni altro a creare, a fare agire e a condurre alla lotta e alla vittoria. Perché ad Ilio Barontini va il grande merito non solo di aver comandato tutte le forze partigiane dell’Emilia, ma egli è stato anche un organizzatore delle brigate gappiste, dei Gruppi di Azione Patriottica di tutta Italia, che furono le truppe di assalto partigiane, gli audaci fra gli audaci. I Gap erano i partigiani senza uniforme che agivano nelle città in aperto campo nemico, senza protezione, senza possibilità di ritirata, braccati continuamente dalla polizia, dalle S.S. fasciste.
Non era facile trovare dei gappisti; numerosi erano i giovani che andavano in montagna ad arruolarsi nelle file partigiane, ma meno numerosi erano i giovani disposti a combattere in città, in campo nemico.
La cosa si spiegava facilmente. Ci si sente più sicuri quando si combatte in una formazione militare in massa, quando si ha una base di operazione, una base di rifornimento, una o più vie di ritirata o almeno molte probabilità di averle, quando si combatte disponendo di armi e munizioni, se non pari a quelle del nemico, certamente in grado di opporre una valida azione di difesa o di offesa.
Non così era per i gappisti i quali non vestivano una divisa, non potevano portare un fucile o un mitra in spalla, non vivevano in una zona che offriva certe possibilità di salvaguardia date dal terreno e dalla popolazione stessa.
I gappisti vivevano in città, spesso sotto falso nome in una camera ammobiliata, in una casa dove quasi sempre non si conoscevano gli inquilini, senza armi pesanti, con scarse possibilità di aiuto.
Eppure di quali audace, di quali eroismi furono capaci i Gruppi di Azione Patriottica creati ed educati da Barontini.
Furono i Gap ad attaccare per primi i tedeschi ed i fascisti nella città, furono i Gap per primi a condurre con l’azione la lotta contro l’attendismo, furono i Gap a dare impulso e combattività alla guerra di liberazione.
Oh! Oggi è facile a certi signori clericali, liberali e simili, vantare di essere stati partigiani. Oh! Oggi sembra facile a certi signori poter dare a noi, dare ai comunisti, dare ai soldati ed ai compagni di Barontini, delle lezioni di patriottismo. Ma è nei giorni duri, nei tempi difficili, che si provano i veri patrioti.
Allora certi signori non approvavano le audaci azioni dei soldati di Ilio Barontini, non approvavano che si attaccassero i tedeschi, nelle città, nelle loro truppe in movimento, i loro comandi, i loro covi.
Allora non approvavano né i sabotaggi, né i colpi di mano, né le azioni audaci che colpivano il nemico di sorpresa alle spalle in casa sua, non approvavano la preparazione attiva e pratica dell’insurrezione nazionale.
Tutto questo disturbava certi signori, li disturbava nei loro affari, nella loro vita familiare, nei loro studi, nei loro intrighi, nei loro calcoli.
Ed il patriottismo di quei signori in quei giorni era molto tiepido. Essi dicevano: “Ma perché volete attaccare fascisti e tedeschi? lasciate stare, lasciate fare. Aspettiamo che vengano tempi migliori! Con questi vostri attacchi provocherete rappresaglie crudeli”. Sì, sapevamo, Barontini sapeva che i tedeschi erano crudeli, che le loro rappresaglie erano terribili, ma egli sapeva anche che senza quelle lotte audaci e senza quartiere non vi sarebbe stata guerra di Liberazione, non saremmo stati degni degli Eroi del Risorgimento Italiano, non avremmo conquistato il diritto di essere un popolo libero e indipendente.
Chi racconterà le epiche gesta, le azioni audaci di cui furono capaci i Gruppi di Azione Patriottica, i soldati di Ilio Barontini?
“Gli anni e i decenni passeranno – come è scritto sulla lavagna di un grande eroe, di Dante Di Nanni, uno dei migliori gappisti di Barontini -, gli anni e i decenni passeranno, i giorni duri e sublimi che noi viviamo oggi appariranno lontani, ma generazioni intere di giovani figli d’Italia si educheranno all’amore del loro Paese, all’amore della libertà, allo spirito di devozione illuminata per la causa della redenzione umana.”
Qualcuno vuole accusarci di usurpare il nome di Garibaldi, di avere dato abusivamente il nome di Garibaldi alle nostre formazioni partigiane, di aver adoperato il simbolo di Garibaldi nel corso di lotte elettorali.
Ma chi più di noi può richiamarsi a Garibaldi e tenere alta la sua bandiera?
Innanzitutto Ilio Barontini, come la grande maggioranza dei partigiani garibaldini fu un forte lavoratore, un uomo del popolo.
E Garibaldi fu genuino uomo del popolo.
Antonio Labriola disse un giorno: “Giuseppe Garibaldi fu uomo di popolo, e di quella parte del popolo che per abito di schiettezza, per sobrietà di vita e per onestà di costumi è la più incorrotta; nei suoi popolari istinti di amante della giustizia, di odiatore di privilegi, di difensore degli oppressi, di persecutore di ogni tirannide, rimarrà in perpetuo e come effige, il più nobile e persuasivo esempio di verace democrazia”.
In secondo luogo Ilio Barontini fu uomo di azione, e combattè sempre come i nostri partigiani garibaldini per una causa giusta. Perché ripeto è vero coraggio, è vero eroismo solo quello che è messo al servizio di una causa giusta. E Barontini tutta la sua vita lottò per una causa giusta.
Barontini fu disinteressato ed eroico in ogni suo atto, in tutte le sue azioni perché l’idea della giustizia era in lui profondamente radicata, perché il Socialismo era la sua grande fede. Il suo forte amore per la patria scaturì da questa sua profonda fede, da questa sua grande aspirazione alla giustizia, alla libertà, al socialismo.
Ilio Barontini, come Otello Frangioni, come Leonardi, come i nostri migliori garibaldini, come i nostri più fedeli comunisti, non lottò solo per liberare l’Italia dall’invasore straniero, ma il suo fervente amore di patria seppe dimostrarlo anche nelle lotte per liberare il popolo italiano dai suoi nemici interni, dai suoi oppressori.
Così pure Garibaldi fu il rappresentante più duro, più popolare della lotta per l’indipendenza nazionale, Garibaldi lottò, allo stesso tempo, per la libertà e la giustizia sociale.
Garibaldi combattendo contro gli Asburgo ed i Borboni non combatteva solo per fare unita e indipendente l’Italia, ma combatteva per liberare il popolo dalla schiavitù feudale, dall’oppressione tirannica, combatteva per liberare il popolo da un esoso sfruttamento, dal bisogno e dalla miseria. Tant’è che dopo il 1860, deluso per la politica reazionaria che i governi d’Italia continuavano, deluso e rammaricato per l’esoso sfruttamento cui era sottoposto il popolo italiano ed in modo particolare i contadini dell’Italia Meridionale, Garibaldi dette le dimissioni da deputato ed alla madre di Cairoli che lo pregava di ritirare le dimissioni, Garibaldi scriveva:
“Mi vergogno di avere contato per tanto tempo nel novero di un’assemblea di uomini destinata in apparenza a fare il bene del Paese, ma in realtà condannata a sancire l’ingiustizia, il privilegio e la prostituzione. Lunga è la storia delle nefandezze perpetrate dai servi di una mascherata tirannide, e longanime troppo la stupida pazienza di chi li tollera. E voi donne di alti sensi e di intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni, chiedete ai vostri cari superstiti delle benedizioni, con cui quelle infedeli popolazioni salutavano ed accoglievano i loro liberatori. Ebbene esse maledicono oggi coloro che li sottrassero al giogo di un dispotismo per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai, più degradante e che li spinge a morire di fame”.
“Ho la coscienza – continuava Garibaldi – di non aver fatto male; nonostante non rifarei oggi la via dell’Italia Meridionale, temendo di essere preso a sassate dai popoli che mi ritengono complice della spregevole genia, che disgraziatamente regge l’Italia e che seminò l’odio e lo squallore, là dove noi avevamo gettato le fondamenta di un avvenire italiano, sognato dai buoni di tutte le generazioni e miracolosamente iniziato”.
Garibaldi pensò sempre che “la libertà politica – sono sue parole – doveva essere il mezzo per risolvere la giustizia sociale”.
Per Ilio Barontini, come per la maggioranza dei partigiani conquistare l’indipendenza dell’Italia non significava solo cacciare il tedesco, ma significava spezzare le redini al fascismo e cioè proprio a quei gruppi del grande capitale finanziario che costituivano l’essenza del fascismo.
La lotta per l’indipendenza e la lotta per la libertà erano per Barontini e per noi inscindibili. Non avremmo potuto combattere contro lo straniero se non avessimo combattuto nello stesso tempo per la libertà e per la democrazia.

Brani tratti da un discorso pronunciato a Livorno, a due anni dalla morte di Ilio Barontini, da Pietro Secchia vice segretario del PCI. Livorno 1952
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